Dal sud verso l´ “alta Italia”: i treni della felicitá

Quando, dopo la fine della seconda guerra mondiale, all´Italia non restavano che le macerie umane e fisiche da riparare,  il divario tra l´Italia del sud e quella “alta” diventa una realtà. Di questa realtà, però, sono state molte le famiglie del sud a trarne vantaggio e insieme a loro molti i bambini che non dimenticheranno il loro personalissimo “miracolo del nord“. Nell´Italia del sud del dopoguerra prende vita una iniziativa senza eguali, dapprima questa idea porta il marchio di fabbrica di uno schieramento politico ben preciso, ossia del partito comunista o più in generale dello schieramento antifascista al quale appartengono i partigiani. Si scoprirà più tardi che ad accogliere i bambini malnutriti del sud saranno famiglie del nord di ogni inclinazione politica.

La permanenza dei bambini provenienti dalle province romane e dal sud prostrato dalla guerra, si impone come rilevante motivo di studio non solo sociale ma anche linguistico. I bambini, infatti, partiti su vagoni che restarono in viaggio per 30 ore o più, provenivano da diverse aeree del sud e per lo più parlavano dialetti del posto, unico idioma conosciuto e usato in famiglia. Le famiglie ospitanti usavano, invece, o parlare l´italiano e il dialetto oppure solamente il dialetto. Tra la lingua parlata dal bambino del sud e quella della famiglia ospitante del nord, la comunicazione poteva risultare molto difficile, eppure interessante. I bambini una volta ritornati alle famiglie d´origine, non parlavano più il dialetto della loro famiglia, bensì la loro lingua aveva subito una forte trasformazione.

Molti erano i bambini il cui italiano si era liberato dalle impurità dialettali, mentre molti altri appresero il dialetto della famiglia che li aveva ospitati. Questo ultimo caso destava non poche perplessitá negli ascoltatori dei piccoli tornati al sud, i quali spesso erano mira di scherni per il loro nuovo modo di parlare come “al nord”.

Oggi quei bambini sono cresciuti e alcuni di loro non hanno mai preso il treno per far ritorno al sud, ma sono rimasti con le famiglie adottive in quel nord che ha dato loro odori di casa, di cibo, di biscotti e di giochi che non hanno mai conosciuto nel loro sud post-bellico. Sopravvissuti alla leggenda del “comunista che mangia i bambini” restano testimonianze di bambini che hanno assistito all´incrocio di culture e ambienti sociali differenti, e che testimoniano l´importanza del destino della nascita come determinazione culturale e linguistica.

 

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Le parole degli italiani: “le parole della discriminazione”

Dopo le “parole della rabbia” vi sono parole che in Italia, sia in lingua standard che vernacolare, sono lo specchio di una società che stenta ad accettare l´altro, che si tiene stretta ad una morale cristiana e culturalmente non sviluppata, che non può che esprimersi mediante un linguaggio poco consono ma anche con dimostrazioni di un razzismo ramificato e forte in Italia. Parliamo dell´omofobia, una parola nella quale è possibile riconoscere il sostantivo “uomo” ma alla quale segue anche il termine “fobia”, paura, dunque, dell´uomo. In primis verrà qui presentato uno spezzone, peraltro, già contenente in uno speciale su Pasolini su metropolitalia, in cui il pensatore italiano aveva intervistato in Comizi d´amore, alcuni italiani del tempo, per conoscere il personale “io penso” circa la questione dell´omosessualità.

Pasolini definisce „anormalitá sessuali“, „invertiti“, e „diversi“ quel che oggi si suole definire in lingua standard „omosessuale“. L´Italia di allora, in pieno boom economico, é il paese che stenta a capire e ad accettare un atteggiamento sessuale che oggi, nel 2013, viene invece espresso così dai vertici dela nota azienda produttrice di pasta Barilla:

A parlare è Guido Barilla e non uno degli adolescenti impegnati nelle danze ed intervistato da Pasolini piú di 50 anni fa. Siamo nel 2013 a parlare è la testa di una delle aziende italiane più conosciute all´estero, a parlare é un parlante che utilizza correttamente la lingua italiana standard e il cui livello di cultura potrebbe, senza ombra di dubbio, essere definito molto alto.

A pronunciare la frase:

“Non faremo pubblicità con omosessuali, perché a noi piace la famiglia tradizionale. Se i gay non sono d’accordo, possono sempre mangiare la pasta di un’altra marca. Tutti sono liberi di fare ciò che vogliono purché non infastidiscano gli altri”

é un esponente della cultura elevata, simbolo del successo imprenditoriale italiano e della sconfitta morale che solo mediante la lingua trova la sua massima espressione.

Qui si vuole dimostrare come il linguaggio di Guido Barilla, esponente dell´Italia „per bene“, dell´Italia dalla cultura elevata e che dunque dovrebbe essere da esempio e monito per chi non gode della stessa vetrina dalla quale poter esprimere la propria opinione, sia un linguaggio negativo, un linguaggio che aizza alla discriminazione (caso Barilla sui giornali: link).

Se l´Italia imprenditoriale, dunque quella di successo che parla l´italiano, si esprime come Guido Barilla, non stupirà se a più di 50 anni di distanza dalle interviste pasoliniane, il modo di esprimersi su una questione come quella dell´omosessualità, sia peggiorato. Non stupirà nemmeno che oggi il passaggio dalla violenza verbale a quella fisica è veloce e, oserei dire, quasi scontato.

Ecco come si esprimono i parlanti italiani, sull´omosessualità:

Ad ascoltare bene questa intervista si coglie immediatamente il disagio a rispondere ad una domanda sessuale. Dopo il disagio si avverte, in alcuni intervistati, la prontezza, non ben camuffata, a giustificare il proprio orientamento sessuale con avverbi quali „naturalmente“, oppure con esortative come „spero di esserlo…“.

Questo atteggiamento linguistico molto impacciato e restio ad esprimersi liberamente circa una tendenza sessuale che fuori dall´Italia é accettata come „normale“, é solo la superficie di un malessere culturale che, come abbiamo evidenziato nel caso Barilla, coincide con un malsano modello sociale, pronto a sfociare in terribili fatti di cronaca in cui la parola non vale la difesa.

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Le parole degli italiani: “le parole della rabbia”

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La parola, breve o lunga, pronunciata con rabbia, rassegnazione o stupore e convinzione, è lo strumento di forza più potente dell´uomo. Può arrecare offese, innescare guerre o generare la pace, insomma, la parola è un´arma e come tale va utilizzata con grande rispetto, a volte con silenzio.

“Le parole degli italiani” è un mini progetto che si apre all´interno del blog metropolitalia.org, il cui fine è quello di monitorare ed individuare, per quanto possibile in un blog, quelle parole usate dagli italiani che hanno, o hanno avuto, un particolare rilievo nelle vicende politiche, giudiziarie o semplicemente nell´every day life, e che hanno mutato o stanno mutando a poco a poco, il nostro modo di intendere il significato del significante. Il modo di usare le parole cambia il loro significato a seconda del contesto e della forza sprigionata dall´errato uso del loro contenuto, capace di causare un ribaltamento del normale uso di queste e di innescare sentimenti che coinvolgono tutti noi fino ad esplodere in conflitti sociali fortissimi e pericolosi. Il progetto si apre con le parole della rabbia e sul risvolto suscitato dal loro perpetuo utilizzo.

“Le parole della rabbia” nel contesto politico italiano moderno.

La rabbia e la frustrazione nel contesto politico italiano, ha inizio quando lo scandalo “Mani pulite” emerge in tutta la sua sconvolgente storia fatta di tangenti, rimborsi elettorali e scandali che portano l´Italia degli anni ´90 a ridosso del crollo economico. In quel particolare momento politico, tra gli scandali politici e il senso di abbandono degli italiani, ha inizio quello che oggi potrebbe essere definito il ribaltamento del senso delle parole. La “colpa” degli scandali rimbalza da bocca a bocca su diverse figure politiche fino ad abituare l´italiano al senso di scoramento generale e ad un abbandono della fiducia delle forze politiche. Oggi dopo piú di venti anni dallo scandalo di tangentopoli la politica ripete gli stessi errori e le stesse parole:

La politica contro la politica è il leitmotiv della scena di una Italia che si esprime mediante i rappresentanti da loro scelti e, di conseguenza, si trova imbrigliata in un vocabolario monotematico dal quale riprendere le espressioni da usare nel quotidiano. Di Pietro in questo suo breve dibattito pala di “senso di impunità”, “delinquenza in politica”, “affari propri”, “rubare le risorse agli italiani”. Tutte queste espressioni nascono da un dibattito contro l´ex premier Berlusconi. In questo caso andrebbe specificato che il cambiamento linguistico avvenuto negli ultimi anni in Italia è stato avviato lentamente proprio dal Cavaliere, il quale mediante una posizione di gentilezza e giocando il ruolo di “vittima”, ha potuto innescare reazioni che non potevano che essere rabbiose, dinanzi al comportamento linguistico adeguatamente politically correct di Berlusconi. Le parole della rabbia sono, dunque, il risultato del significato grave e immorale che si cela dietro alla facciata di eleganza e pertinenza linguisitica del Cavaliere. In altre parole: le parole della rabbia sono in realtá le parole che vogliono giustizia, le parole sopraffatte dal significato negativo che si presenta, peró, in forma di discorsi educati ed apparentemente inoffensivi, ma che in sé esprimono una portata negativa difficile da recepire nell´immediato perché realizzata attraverso parole di giustizia.

Prendiamo qui in esame l´incoerenza tra le parole di Berlusconi e i fatti da lui operati. La prima parola è “sinceritá”. L´ex premier è solito utilizzare questo sostantivo, fino a poco tempo fa colmo del suo reale significato, ma sfatto e disfatto dai comportamenti affatto “sinceri” di Berlusconi. Il Cavaliere ha infatti più volte mentito riguardo a diversi accaduti, il più eclatante quello sulla minorenne Ruby, di cui lui, come più volte ribadito, non era a conoscenza né dell´età né della reale identità della fanciulla.

Il Cavaliere sosteneva che la ragazza fosse la nipote di Mubarak, fino ad affermare pubblicamente di non averlo mai ammesso, creando così uno stato di incertezza in primis logica, che sfocia irrimediabilmente nell´impossibilità di seguire la “sincerità” delle tesi espresse, perché cangianti e mutevoli. Il senso di realtà viene del tutto perso attraverso l´utilizzo linguistico che non offre più alcuna linea di significato, ma diviene arma per creare disorientamento e frustrazione.
Qui il concetto di “sincerità” viene smantellato fino a non poter più distinguere il vero dal falso, gettando le parti a lui contrapposte nella condizione assurda di dover gridare “parole di rabbia” che per contro intendono preservare il diritto alla giustizia e alla legalità.
Le reazioni a un simile atteggiamento discorsivo sono le “parole della rabbia”, che al contrario della loro apparente portata distruttiva, sogliono preservare il senso di dignità del sostantivo “sincerità”.

Le “parole della rabbia” sono le parole della gente comune “indignata”, come si ascolta nella registrazione. Questo breve resoconto delle parole utilizzate intende qui dimostrare come le espressioni convulse, confuse e cangianti utilizzate dall´ex primo ministro, abbiano e stiano cambiando radicalmente il significato intrinseco delle parole e come questo stato degenerato di una forma comunicativa siffatta, alimenti uno stato sociale sempre più aggressivo e pericoloso.

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Lo Zingarelli “rosica” in dialetto

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Di nuovo, in questo tram-tram di sole innovazioni tecnologiche, ci sono molte novità nel vocabolario di italiano Zingarelli. La nuova edizione sforna neologismi, nuovi termini dal burocratese e dal politichese e, inoltre, anche alcuni nuovi nati ripresi dal dialetto.

Una delle nuove voci entrate a sorpresa nella nuova edizione del dizionario é “rosicone“. Il termine inizialmente usato da una soubrette italiana é balzato subito nel vocabolario di un calciatore famoso, entrando così automaticamente tra le voci da presentare nella nuova edizione del dizionario italiano. Rosicone si dice di una persona che invidia, appunto “rosica” del successo degli altri. Rosicare significa, infatti, rodere e anche questo verbo apre nel nostro immaginario l´idea dell´azione del ledere, rodendo o “rosicando”.

Il verbo é molto comune a Roma, ma fa il suo ingresso nel vocabolario italiano dopo essere stato addirittura pronunciato dal calabrese Gattuso, calciatore italiano noto per avere iniziato la sua carriera di allenatore.

Chi rosica é ad ogni modo simile al topolino che mordicchia un bastoncino di legno fino a all´osso, rosica dentro di sé e questo in ogni parte d´Italia, come vuole forse annunciare l´avvento della nuova voce nel vocabolario di lingua italiana.

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Napoli baluardo dell´italianità

Napoli
«Napoli è rimasta l´unica vera grande città dialettale. L´adeguamento ai modelli del centro, a norme imposte dall´alto nella lingua e nel comportamento, è soltanto superficiale.Sono secoli che i napoletani si adattano mimeticamente a chi è sopra di loro, ma poi nella sostanza restano uguali, conservano il loro modello culturale».
Pier Paolo Pasolini

Perché proprio questo scorcio di un´intervista a Pier Paolo Pasolini è una domanda la cui risposta è presente nel fulcro dell´intervista stessa, ossia perché Napoli è la realtà autentica che Pasolini, poche righe prima, decanta come espressione reale di un popolo. Un popolo è un popolo, ossia popolo autentico, se parla dialetto e se in esso è radicato. Viene preso qui a mo’ di spunto, una riflessione pasoliniana per addentrarsi a un discorso più ampio, che vede oggi la lingua vernacolare prigioniera non più della sua terra, bensì dei modelli sociali e comunicativi o, in via più generale, dei media. La violenza sulla lingua standard e sulla lingua parlata è perpetuata da decenni dalla forza delle immagini suggestive e dalla parlata privata di accento e da deturpazioni popolari della televisione. Da poco tempo a fare male ai dialetti, ma anche alla lingua standard, vi sono altri mezzi di comunicazione quali facebook, twitter e le diverse chat, da quelle dei telefoni (WhatsApp) fino a quelle offerte ancora da facebook ed affini. Se Pasolini può sferrare la sua rabbia contro la televisione, oggi la lingua vernacolare ha nemici di ben altra stoffa. Qui si intende solo riflettere sulla mutazione lenta ma efficace che sta distruggendo l´intero sistema culturale che ingloba non solo i dialetti, bensì opera con lavorio certosino persino l´italiano. Trasformare l´italiano o anche stravolgerlo secondo il principio dell´economia di una lingua, secondo il quale la congiunzione “che” diventa “ke”, è un percorso della evoluzione linguistica che non si può fermare. Il problema, ed è qui che si pone la riflessione, è cosa accade quando ad essere intaccata è un dialetto. Qui entra in gioco Napoli e i suoi parlanti così come descritta da Pasolini, come subcultura di una identità culturale la quale, avallando la fama dei partenopei conosciuti come “figl’e ’ntrocchia”, non si lascerebbero ingannare dai modelli indotti dalla televisione, e si spera da quelli della comunicazione odierna, vivendo una sorta di doppia identità: la prima che li rende italiani nel senso piú dispregiativo secondo il modello di pensiero pasoliniano, e la seconda, invece, quella propria, basata su modelli culturali antichissimi la cui autenticità vive ancora nella parlata napoletana e nei suoi suoni. Quando Pasolini parla di Napoli egli colpisce la città che più di tutte è slegata da quel modello di leggi che valgono invece al nord dello stivale. In questo senso se in accezione negativa la città di pulcinella è relegata ad essere una città italiana a metà, in accezione positiva è Napoli stessa che conserva e traina una superiorità della subcultura popolare, arma contro il livellamento culturale al quale assistiamo.

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“Le grammelot” toujours. Il suono della lingua

Parlare una lingua, sia essa vernacolare o standard, é innanzitutto un´azione che implica la gestazione del suono. Ogni dialetto, infatti, dispone o meglio si caratterizza per la sua particolare cadenza, quello scendere e salire fatto di alternanze di accenti, soste e riprese, che differenzia nettamente una frase, anche in italiano standard, del sud da quella del nord, fino ad assottigliare questa differenza in miriade di piccole costellazioni dialettali.

Siamo simili a musicanti, noi parlanti della nostra lingua, soffiamo nello strumento seguendo le note della cultura di appartenenza, e cosí il nostro strumento emette suoni sempre diversi dagli altri della stessa orchestra. Questo fenomeno che ha a che fare piú con il suono e con la scenicitá della lingua che con la linguistica tout-court, é noto in campo artistico ma vede la sua realizzazione anche nelle espressioni parlate, in particolare dei parlanti delle lingue vernacolari. Il termine “grammelot“, si pensa abbia origine francese e composto da: gram(maire) «grammatica», mêl(er) «mescolare» e (arg)ot «gergo», dunque “grammelot”. Sembra derivi anche dal termine “grommeler”, che significa “bofonchiare, borbottare”. Nella pratica il grammelot esiste da sempre ed é utilizzato, in maniera conscia o inconscia, quando si vuole utilizzare un termine di cui, però, non si è certi sulla sua esattezza. In questo caso il parlante cosciente di ciò bofonchia nella speranza di non essere colto in flagrante. Inconsciamente accade ai parlanti anziani di un vernacolare, quando tentano, ad esempio, di “ripulire” la propria lingua passando a quella standard, o anche in usuali condizioni durante un discorso. Qui accade, e non é raro, che il parlante non sia in grado di gestire le parole che non conosce in maniera appropriata, e borbotta realizzando un magnifico grammelot. Il grammelot segue il suono ondeggiante di una specifica lingua, ondeggia e rievoca i suoni delle cose mediante l´onomatopea. È a tutti gli effetti una lingua del corpo e del suono, perché più che fissarsi sulla pronuncia della parola, essa ne rievoca il messaggio visionario, fatto di suono e di movimento. Il grammelot é per questo principalmente noto in teatro, e il più famoso é certamente quello riportato in auge da Dario Fo e Franca Rame, il più originario quello dei bambini quando farfugliano discorsi incomprensibili che però valgono come straordinariamente chiarissimi.

Il grammelot é quindi un modo di gestire l´altra parte della lingua, che viene usato in maniera più o meno inconscia anche nei parlanti della lingua vernacolare. Qui un esempio:

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Calcio-linguistica, la lingua é nel pallone

L´interesse dei quotidiani sulle sorti dell´italiano parlato, sembra negli ultimi tempi essersi accresciuto visibilmente. Dopo l´articolo sulle parole che contraddistinguono il mondo politico di destra e di sinistra, il Corriere della sera presenta uno studio interessante sul linguaggio usato e “usurato” dai giornalisti e come esso venga poi riutilizzato, senza grande coscienza intellettiva, dagli stessi calciatori e allenatori. Si parte dalla seguente premessa incoraggiante: “Il calciatore e l’allenatore, in genere (e quasi mai per colpa) sono cresciuti senza mai potere studiare troppo (a differenza, in teoria, dei giornalisti) e quindi senza poter cogliere l’assurdità quando non l’inappropriatezza di un determinato termine”. Questo cliché intellectuelle (neologismo mio) domina il mondo poco istruito del calcio. Si riconoscono tre grandi classi di giornalisti in grado di influenzare la mancata dipendenza linguistica degli eroi del calcio: i “neoretorici” e i “neodistorsori”. I primi utilizzano termini oramai demodé, tanto da apparire eccentrici e sconvenienti. Appartengono a tale gruppo dei termini passati di moda: “rammarico” al posto del quale si usa il meno peggio “triste”, “recriminare”, “evanescente” che sembra tutt´al piú sia stato in voga nel dizionario delle storie di misteri. Al gruppo dei termini “distorti” appartiene l´aggettivo per eccellenza, l´unico in grado di dare un effetto di surplus al resto della frase, ossia “importante”. Si dovrebbe in realtá utilizzare il famoso aggettivo con estrema attenzione, onde non alleggerirlo del suo “importante” peso linguistico. A chiudere l´articolo l´avverbio di luogo “dove” che si tramuta, nel vocabolario e nel manuale di grammatica degli sportivi, in un tuttofare in grado di unire frasi inaccettabili e prive di qualsiasi fondamento grammaticale di grazia: «Oggi è una giornata dove potevamo avere i denti, a un certo punto son caduti e abbiamo azzannato il pane».

Infondo a fare scuola resta sempre il nostro simpatico e “importante” italiano in grado di trasformare persino il tedesco…

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Le parole a sinistra e a destra

Dici fascismo e la storia ti riporta alla storia politica della destra, dici partigiani e ti ritrovi a sinistra. Oggi il vocabolario é radicalmente cambiato eppure la storia dei valori e degli aggettivi che promuovono l´etichetta elettorale dei principi della e della sinistra, restano saldi nella memoria e nella cultura degli italiani. Un insieme di aggettivi in piena crisi di valori sembrerebbe essere l´ultima trovata linguistica da parte del quotidiano La Repubblica, per poter misurare la scala dei vecchi valori nei quali ritrovarsi compagni di schieramento politico. La sinistra da sempre é stata additata dalla destra come il coacervo produttore di “fannulloni”, “sinistroidi”, “chiacchieroni” e poco propensi alle gioie ardue del lavoro, contro guerre, falsamente “ideologici”, “pacifisti”, “anticapitalisti” e “verdi” per ideologia e speranza che qualcosa l´uomo possa davvero cambiarla al meglio sulla terra. Dall´altra parte “quelli” di sinistra identificano la destra come fucina di spiriti dediti al “qualunquismo ideologico”, “capitalisti” nati, ossessionati dalla guerra dell´ora da fare ad ogni costo, anche scatenando una “vera guerra”, amanti del “cemento armato” e degli orari di lavoro in aumento, odiano i “diritti del lavoratore” e sono di natura “anti-immigrato”. Questi i luoghi comuni di identificazioni a grandi linee di un mondo di destra e un mondo di sinistra, che se non é reale, non può dirsi neanche inesistente nella mente degli italiani che funzionano a cliché. Qui si innesta il progetto ambizioso del giornale sinistroide, detto senza ironia, che ha cercato di scoprire quanto nella fantasia degli italiani la sinistra é la sinistra della prima etichetta, e quanti aggettivi non la identificano più. Sembra che in pole position i principi della parte di sinistra siano: “lavoro” e “laicità” ai primi posti, seguito da: “legalità”, “ambiente”, “redistribuzione” o volendo riassumere i valori concreti degli altri nomi identificativi, in generale la sinistra viene identificata per lo piú con un senso di giustizia e parità sociale. “Pace”, “sogno” e “fantasia” sono invece valori a ribasso nello scrigno della sinistra, che se promette ancora di ridare “lavoro” e “redistribuire” valore sociale, promette un programma non più visionario e fantastico come nel passato. Peccato, al sogno non si dovrebbe rinunciare mai.

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Briganti dal passato.

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La “situazione meridionale” é una storia antica quanto l´Italia stessa, divisa in due metá: la prima, quella caratterizzata dalla realtà industriale ed economicamente trainante del nord, e quella culturalmente e socialmente più sfaccettata del sud. Il meridione e la sua “questione “oltre ad essere fucina di problematiche sociali e politiche rilevanti, é anche una questione prettamente culturale proprio per i risvolti sociali forti nei quali nasce, si sviluppa e si costituisce. L´abbandono dello Stato verso questa parte di Italia del sud, ha origini antichissime e già nelle sue prime espressioni ha dato vita a straordinari risvolti storici e culturali che oggi identificano l´anima del sud stesso. Il brigantaggio é uno dei risvolti del sud, delle sue regole e delle sue trasgressioni. Nato dapprima come movimento fuorilegge da parte di bandi di furfanti pronti al saccheggio e alle razzie, con il passare del tempo acquista una natura politica rilevante, che fa leva sulla particolare situazione economico e sociale del mezzogiorno. Il termine é di origine sconosciuta, ma da subito si identifica con quella frangia di Italia meridionale povera, misera e abbandonata la cui posizione di disagio favorisce la vita del fenomeno del brigantaggio. Oggi di briganti ne rimane solo il nome, attestazione di una cultura che evolutasi trattiene ancora a sé i germi della violenza di bande che, se non possiamo piú definire briganti, per la commistione degli stessi valori del fenomeno del XIII sec. quali miseria e abbandono sociale, può essere oggi rivisto nelle espressioni delle mafie meridionali. Briganti di nuova generazione in un sud, la cui complessa struttura di fenomeni sociali e politici, reiterano espressioni antiche in forme nuove e attuali, come nel caso delle mafie come controllo delle masse.

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Tra musica e dialetto

La musica popolare appartiene per definizione a quel substrato della lingua standard, che per antonomasia condensa nei suoi testi un mix di lingua del territorio. Esiste anche un´altra musica, un ibrido di cultura linguistica del territorio, il dialetto,  e quella della unione nazionale, l´italiano. In questo caso la scena musicale italiana offre molti spunti interessanti, sia dal punto di vista linguistico, che da quello linguistico. Molti sono i cantanti, maggiormente sono band, che cantano mescolando accenti, parole e intere frasi in italiano e in dialetto. Sanremo, la nota kermesse italiana sulla musica, ha, infatti, ribadito che il dialetto appartiene a quel particolare patrimonio italiano, e quindi accettato tutte le canzoni in lingua dialettale.

Una band famosa a riguardo e la cui partecipazione a Sanremo resta una tappa fondamentale della loro fortuna, è Pittura Freska. “Papa nero” è una canzone che ha concorso al festival di Sanremo nel 1997 e che presenta un testo se non totalmente in lingua veneziana, sicuramente con molte inflessioni della lingua non standard:

« Sarà vero?dopo Miss Italia aver un papa nero no me par vero un papa nero che ‘scolta ‘e ‘me canson in venessian perché el xé nero african ». Solo questa breve strofa aiuta a comprendere la tendenza linguistica del testo musicale.

Spostiamoci al sud. Le band che parlano dialetto sono anche qui molto amate dal pubblico e dalla critica. I Sud Sound System rievocano tutto il calore della lingua del salento in testi come questo: « Lassa cu parte ne sciamu cussì mè tiempu de perdere none nun ci nnè cu le parole sciocu e te spiegu lu percè pe nui lu reggae ete la meiu musica ca nc’è ».

Il trend fortunato del dialetto in musica non si ferma qui, sempre al sud emergono il famoso gruppo 99 Posse, che canta in dialetto napoletano e i cui testi si fondano su storie e vicende che ruotano intorno alla provincia di Napoli.

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