Triste e dialetto

In napoletano l’appucundria rientra in quel crogiolo di termini il cui significato non può essere semplicemente racchiuso in una definizione assoluta, bensì è caratterizzato da un ventaglio di soluzioni e finezze di significato che ne compongono la sua apertura di senso.

Non a caso nel bell’articolo di Francesca Cacciapuoti il termine é accostato ad altre parole straniere aventi la stessa poliedrica qualità, come la parola portoghese saudade  e la Sehnsucht della lingua tedesca.

Pier Paolo Pasolini potrebbe essere qui citato non solo per la poesia  Vuei a è Domènia, ma anche perché poeta che sente forte in sé questo sentimento, che è facile scorgere nella gran parte dei suoi scritti:

I vuardi il me cuàrp
di quan’ch’i eri frut,
li tristis Domèniis,
il vivi pierdút.

Il poeta ricorda nella poesia il suo corpo di  fanciullo (guardo il mio corpo di quando ero fanciullo) le domeniche erano Tristis, ossia tristi domeniche del vivere perduto. Il dialetto friulano trova nel poeta di Casarsa un degno esempio di quel sentimento a metá tra la saudade e la Sehnsucht.

Altro esempio del particolare utilizzo semantico del termine “triste”, accorre nel dialetto calabrese, ove questo termine può essere tradotto come “duro”:

U mangiari e u mbiviri ti sana, u tristi fatigari ti cunsuma

Mangiare e bere ti fa star bene, il duro lavoro ti consuma.

Triste deriva dal latino tristis e denota: “uno stato psichico di afflizione e depressione” (Treccani).

Altro esempio del termine in dialetto torrigiano é il seguente:

Triste chigl’ome ca appicca iu cappegliu alla casa dilla socera

Triste quell’uomo che appende il cappello alla porta della suocera. “Triste” è un aggettivo che qui indica lo stato di forte ridimensionamento della fierezza e dello stato dell’uomo.

 

 

 

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