“Tras” ma non sporgerti troppo…

Mia nonna diceva: we ne’ scopa a casa ca nun zai chi tras’, fa’ u liettu ca nun zai chi asc’pietti

così scrive sul gruppo aperto di Facebook un utente “Dialetto scomparso“, trascrivendo perle di una saggezza popolare che in sé ha il dono di conservare il dialetto degli avi e anche un consiglio di pratica utilità. Le tacite leggi del costume popolare, soprattutto nelle zone del sud Italia, parlano chiaro: mantenere la casa in ordine perché  può entrare chiunque e in qualunque momento. Vi sono, appunto, due momenti, agli antipodi, più importanti ed incisivi nelle famiglie italiane, il primo è il matrimonio e il secondo, ahimé meno allegro, il funerale. In ambo i casi la tradizione popolare prevede un afflusso di gente, improvviso nel caso di lutto, programmato nel caso di matrimonio.

Comunque sia “‘a scopa” é il deus ex machina per eccellenza. Guai a farsi trovare in condizioni igieniche impeccabili, pena una vox populi che precederà il nome della famiglia del malcapitato prima di ogni gloria. 

“Chi tras'” ossia “chi entra” è la forma coniugata del verbo “trasire” dal latino “transīre“, che significa entrare, passare dentro. Non é un caso che in napoletano si dica ” Trasire int’i fatte d’uno” per intendere l’impicciarsi degli affari altrui, per indicare l’intrusione, l’atto di entrare – appunto “trasire” – dentro uno spazio altrui. “Trasire” ha quindi non solo il senso puro dell’atto di entrare fisicamente in un altro spazio, ma culturalmente implica anche il momento di intrusione di una sfera privata, casalinga, in cui solo eccezionalmente ci si può affacciare.

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