Archivi del mese: agosto 2014

Io speriamo che me la cavo

Case “sgarrupate”, padri “cartunai”, “piecori”, “garibardini” ed errori grammaticali in ogni frase. Il libro Io speriamo che me la cavo sessanta temi di bambini napoletani, appena pubblicato diviene un best seller in tutta Italia, non solo a Napoli. Scritto dal maestro elementare Marcello D’Orta, i temi raccolti sono un vortice che inghiottiscono il lettore in un mondo parallelo della lingua, un universo dove i giochi e le realtá dei bambini di Napoli sono descritti con la lingua del parlato, quella usata dai loro genitori dignitosi o anche dal gruppetto di scugnizzi con i quali si gioca in estate o dopo la scuola. L’italiano è solo la copertura, il fine linguistico al quale tendere, i risultati… iiriverenti. Il tema sulla Svizzera, ad esempio, é ricco di frasi storpiate in italiano:

La Svizzera vende le armi a tutto il mondo per farli scannare…

La Svizzera se a Napoli tieni il tumore, a Napoli muori, ma se vai a Svizzera muori più tardi, oppure vivi.

Altro tema ricco di frasi sgrammaticate e linguisticamente interessanti, è quello sulla casa. “Sgarrupato” è l’aggettivo usato per definire non solo l’abitazione, bensì indica anche lo stato del bambino che scrive: “…a volte mi sento sgarrupato anche io”. Pare che il termine “sgarrupato” debba il suo successo proprio al libro del maestro D’Orta.

Questa é la lingua parlata nei rioni, nelle case, nelle vie di Napoli, quel gergo ricco di metafore e di una grammatica tutta sua,  si ritrova a sconfinare il territorio popolare fino ad approdare nel regno della koinè ripulita da ogni contaminazione dialettale, ossia la scuola. Eppure la lingua che si parla a scuola non è quella che si usa a casa e viceversa.

Ogni bambino lo sapeva, ogni bambino sbagliava o cercava di controllare la gestazione tra i due livelli linguistici, una piattaforma dalla quale scendere e risalire, come se fosse un gioco, un’altalena, proprio come se fosse un gioco. Riguardo al futuro possibile solo per i perfetti parlanti della lingua standard, non resta che sospirare…beh, io speriamo che me la cavo!

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Zeman in Limba

Da poco è iniziata una campagna pubblicitaria con l’intento di incrementare il numero degli abbonati dei tifosi del Cagliari. La faccia di Zeman, noto allenatore della squadra sarda, campeggia sui cartelloni pubblicitari. Elemento di attrazione della trovata pubblicitaria per l’abbonamento calcistico è il testo che accompagna l’immagine.

Le perle di saggezza consistono di brevi detti di cultura popolare che scritti in Limba non possono che essere compresi grazie alla traduzione in lingua italiana posta alla fine di ogni espressione.

Chistionai pagu, traballai meda!

Parlare poco lavorare tanto! “Chistionai” nel senso di parlare, ricorda il verbo italiano “questionare“, poco usato a dire il vero, ma comprensibile ai più. Questionare significa “porre in questione” ossia “discutere, iniziare un dibattito su un argomento”.

“Traballare” è un verbo noto ai parlanti delle lingue romanze che facilmente riconoscono nel verbo il legame con il francese “travailler”, il portoghese “trabalhar” e lo spagnolo “trabajar”, e dunque il significato “lavorare” risulta di facile deduzione.

Quella di Zeman é solo una trovata pubblicitaria, eppure la Limba è una lingua che va presa sul serio: dal 2006 è entrata di diritto tra le lingue ufficiali con le quali redarre documenti in Sardegna. Ciò conferisce alla Limba una ufficialità come lingua scritta al pari della lingua standard.

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