Archivi del mese: maggio 2014

Triste e dialetto

In napoletano l’appucundria rientra in quel crogiolo di termini il cui significato non può essere semplicemente racchiuso in una definizione assoluta, bensì è caratterizzato da un ventaglio di soluzioni e finezze di significato che ne compongono la sua apertura di senso.

Non a caso nel bell’articolo di Francesca Cacciapuoti il termine é accostato ad altre parole straniere aventi la stessa poliedrica qualità, come la parola portoghese saudade  e la Sehnsucht della lingua tedesca.

Pier Paolo Pasolini potrebbe essere qui citato non solo per la poesia  Vuei a è Domènia, ma anche perché poeta che sente forte in sé questo sentimento, che è facile scorgere nella gran parte dei suoi scritti:

I vuardi il me cuàrp
di quan’ch’i eri frut,
li tristis Domèniis,
il vivi pierdút.

Il poeta ricorda nella poesia il suo corpo di  fanciullo (guardo il mio corpo di quando ero fanciullo) le domeniche erano Tristis, ossia tristi domeniche del vivere perduto. Il dialetto friulano trova nel poeta di Casarsa un degno esempio di quel sentimento a metá tra la saudade e la Sehnsucht.

Altro esempio del particolare utilizzo semantico del termine “triste”, accorre nel dialetto calabrese, ove questo termine può essere tradotto come “duro”:

U mangiari e u mbiviri ti sana, u tristi fatigari ti cunsuma

Mangiare e bere ti fa star bene, il duro lavoro ti consuma.

Triste deriva dal latino tristis e denota: “uno stato psichico di afflizione e depressione” (Treccani).

Altro esempio del termine in dialetto torrigiano é il seguente:

Triste chigl’ome ca appicca iu cappegliu alla casa dilla socera

Triste quell’uomo che appende il cappello alla porta della suocera. “Triste” è un aggettivo che qui indica lo stato di forte ridimensionamento della fierezza e dello stato dell’uomo.

 

 

 

Pubblicato in MetropolItalia | Lascia un commento

“Tras” ma non sporgerti troppo…

Mia nonna diceva: we ne’ scopa a casa ca nun zai chi tras’, fa’ u liettu ca nun zai chi asc’pietti

così scrive sul gruppo aperto di Facebook un utente “Dialetto scomparso“, trascrivendo perle di una saggezza popolare che in sé ha il dono di conservare il dialetto degli avi e anche un consiglio di pratica utilità. Le tacite leggi del costume popolare, soprattutto nelle zone del sud Italia, parlano chiaro: mantenere la casa in ordine perché  può entrare chiunque e in qualunque momento. Vi sono, appunto, due momenti, agli antipodi, più importanti ed incisivi nelle famiglie italiane, il primo è il matrimonio e il secondo, ahimé meno allegro, il funerale. In ambo i casi la tradizione popolare prevede un afflusso di gente, improvviso nel caso di lutto, programmato nel caso di matrimonio.

Comunque sia “‘a scopa” é il deus ex machina per eccellenza. Guai a farsi trovare in condizioni igieniche impeccabili, pena una vox populi che precederà il nome della famiglia del malcapitato prima di ogni gloria. 

“Chi tras'” ossia “chi entra” è la forma coniugata del verbo “trasire” dal latino “transīre“, che significa entrare, passare dentro. Non é un caso che in napoletano si dica ” Trasire int’i fatte d’uno” per intendere l’impicciarsi degli affari altrui, per indicare l’intrusione, l’atto di entrare – appunto “trasire” – dentro uno spazio altrui. “Trasire” ha quindi non solo il senso puro dell’atto di entrare fisicamente in un altro spazio, ma culturalmente implica anche il momento di intrusione di una sfera privata, casalinga, in cui solo eccezionalmente ci si può affacciare.

Pubblicato in MetropolItalia | Lascia un commento