Archivi del mese: ottobre 2013

Dal sud verso l´ “alta Italia”: i treni della felicitá

Quando, dopo la fine della seconda guerra mondiale, all´Italia non restavano che le macerie umane e fisiche da riparare,  il divario tra l´Italia del sud e quella “alta” diventa una realtà. Di questa realtà, però, sono state molte le famiglie del sud a trarne vantaggio e insieme a loro molti i bambini che non dimenticheranno il loro personalissimo “miracolo del nord“. Nell´Italia del sud del dopoguerra prende vita una iniziativa senza eguali, dapprima questa idea porta il marchio di fabbrica di uno schieramento politico ben preciso, ossia del partito comunista o più in generale dello schieramento antifascista al quale appartengono i partigiani. Si scoprirà più tardi che ad accogliere i bambini malnutriti del sud saranno famiglie del nord di ogni inclinazione politica.

La permanenza dei bambini provenienti dalle province romane e dal sud prostrato dalla guerra, si impone come rilevante motivo di studio non solo sociale ma anche linguistico. I bambini, infatti, partiti su vagoni che restarono in viaggio per 30 ore o più, provenivano da diverse aeree del sud e per lo più parlavano dialetti del posto, unico idioma conosciuto e usato in famiglia. Le famiglie ospitanti usavano, invece, o parlare l´italiano e il dialetto oppure solamente il dialetto. Tra la lingua parlata dal bambino del sud e quella della famiglia ospitante del nord, la comunicazione poteva risultare molto difficile, eppure interessante. I bambini una volta ritornati alle famiglie d´origine, non parlavano più il dialetto della loro famiglia, bensì la loro lingua aveva subito una forte trasformazione.

Molti erano i bambini il cui italiano si era liberato dalle impurità dialettali, mentre molti altri appresero il dialetto della famiglia che li aveva ospitati. Questo ultimo caso destava non poche perplessitá negli ascoltatori dei piccoli tornati al sud, i quali spesso erano mira di scherni per il loro nuovo modo di parlare come “al nord”.

Oggi quei bambini sono cresciuti e alcuni di loro non hanno mai preso il treno per far ritorno al sud, ma sono rimasti con le famiglie adottive in quel nord che ha dato loro odori di casa, di cibo, di biscotti e di giochi che non hanno mai conosciuto nel loro sud post-bellico. Sopravvissuti alla leggenda del “comunista che mangia i bambini” restano testimonianze di bambini che hanno assistito all´incrocio di culture e ambienti sociali differenti, e che testimoniano l´importanza del destino della nascita come determinazione culturale e linguistica.

 

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Le parole degli italiani: “le parole della discriminazione”

Dopo le “parole della rabbia” vi sono parole che in Italia, sia in lingua standard che vernacolare, sono lo specchio di una società che stenta ad accettare l´altro, che si tiene stretta ad una morale cristiana e culturalmente non sviluppata, che non può che esprimersi mediante un linguaggio poco consono ma anche con dimostrazioni di un razzismo ramificato e forte in Italia. Parliamo dell´omofobia, una parola nella quale è possibile riconoscere il sostantivo “uomo” ma alla quale segue anche il termine “fobia”, paura, dunque, dell´uomo. In primis verrà qui presentato uno spezzone, peraltro, già contenente in uno speciale su Pasolini su metropolitalia, in cui il pensatore italiano aveva intervistato in Comizi d´amore, alcuni italiani del tempo, per conoscere il personale “io penso” circa la questione dell´omosessualità.

Pasolini definisce „anormalitá sessuali“, „invertiti“, e „diversi“ quel che oggi si suole definire in lingua standard „omosessuale“. L´Italia di allora, in pieno boom economico, é il paese che stenta a capire e ad accettare un atteggiamento sessuale che oggi, nel 2013, viene invece espresso così dai vertici dela nota azienda produttrice di pasta Barilla:

A parlare è Guido Barilla e non uno degli adolescenti impegnati nelle danze ed intervistato da Pasolini piú di 50 anni fa. Siamo nel 2013 a parlare è la testa di una delle aziende italiane più conosciute all´estero, a parlare é un parlante che utilizza correttamente la lingua italiana standard e il cui livello di cultura potrebbe, senza ombra di dubbio, essere definito molto alto.

A pronunciare la frase:

“Non faremo pubblicità con omosessuali, perché a noi piace la famiglia tradizionale. Se i gay non sono d’accordo, possono sempre mangiare la pasta di un’altra marca. Tutti sono liberi di fare ciò che vogliono purché non infastidiscano gli altri”

é un esponente della cultura elevata, simbolo del successo imprenditoriale italiano e della sconfitta morale che solo mediante la lingua trova la sua massima espressione.

Qui si vuole dimostrare come il linguaggio di Guido Barilla, esponente dell´Italia „per bene“, dell´Italia dalla cultura elevata e che dunque dovrebbe essere da esempio e monito per chi non gode della stessa vetrina dalla quale poter esprimere la propria opinione, sia un linguaggio negativo, un linguaggio che aizza alla discriminazione (caso Barilla sui giornali: link).

Se l´Italia imprenditoriale, dunque quella di successo che parla l´italiano, si esprime come Guido Barilla, non stupirà se a più di 50 anni di distanza dalle interviste pasoliniane, il modo di esprimersi su una questione come quella dell´omosessualità, sia peggiorato. Non stupirà nemmeno che oggi il passaggio dalla violenza verbale a quella fisica è veloce e, oserei dire, quasi scontato.

Ecco come si esprimono i parlanti italiani, sull´omosessualità:

Ad ascoltare bene questa intervista si coglie immediatamente il disagio a rispondere ad una domanda sessuale. Dopo il disagio si avverte, in alcuni intervistati, la prontezza, non ben camuffata, a giustificare il proprio orientamento sessuale con avverbi quali „naturalmente“, oppure con esortative come „spero di esserlo…“.

Questo atteggiamento linguistico molto impacciato e restio ad esprimersi liberamente circa una tendenza sessuale che fuori dall´Italia é accettata come „normale“, é solo la superficie di un malessere culturale che, come abbiamo evidenziato nel caso Barilla, coincide con un malsano modello sociale, pronto a sfociare in terribili fatti di cronaca in cui la parola non vale la difesa.

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