Archivi del mese: settembre 2013

Le parole degli italiani: “le parole della rabbia”

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La parola, breve o lunga, pronunciata con rabbia, rassegnazione o stupore e convinzione, è lo strumento di forza più potente dell´uomo. Può arrecare offese, innescare guerre o generare la pace, insomma, la parola è un´arma e come tale va utilizzata con grande rispetto, a volte con silenzio.

“Le parole degli italiani” è un mini progetto che si apre all´interno del blog metropolitalia.org, il cui fine è quello di monitorare ed individuare, per quanto possibile in un blog, quelle parole usate dagli italiani che hanno, o hanno avuto, un particolare rilievo nelle vicende politiche, giudiziarie o semplicemente nell´every day life, e che hanno mutato o stanno mutando a poco a poco, il nostro modo di intendere il significato del significante. Il modo di usare le parole cambia il loro significato a seconda del contesto e della forza sprigionata dall´errato uso del loro contenuto, capace di causare un ribaltamento del normale uso di queste e di innescare sentimenti che coinvolgono tutti noi fino ad esplodere in conflitti sociali fortissimi e pericolosi. Il progetto si apre con le parole della rabbia e sul risvolto suscitato dal loro perpetuo utilizzo.

“Le parole della rabbia” nel contesto politico italiano moderno.

La rabbia e la frustrazione nel contesto politico italiano, ha inizio quando lo scandalo “Mani pulite” emerge in tutta la sua sconvolgente storia fatta di tangenti, rimborsi elettorali e scandali che portano l´Italia degli anni ´90 a ridosso del crollo economico. In quel particolare momento politico, tra gli scandali politici e il senso di abbandono degli italiani, ha inizio quello che oggi potrebbe essere definito il ribaltamento del senso delle parole. La “colpa” degli scandali rimbalza da bocca a bocca su diverse figure politiche fino ad abituare l´italiano al senso di scoramento generale e ad un abbandono della fiducia delle forze politiche. Oggi dopo piú di venti anni dallo scandalo di tangentopoli la politica ripete gli stessi errori e le stesse parole:

La politica contro la politica è il leitmotiv della scena di una Italia che si esprime mediante i rappresentanti da loro scelti e, di conseguenza, si trova imbrigliata in un vocabolario monotematico dal quale riprendere le espressioni da usare nel quotidiano. Di Pietro in questo suo breve dibattito pala di “senso di impunità”, “delinquenza in politica”, “affari propri”, “rubare le risorse agli italiani”. Tutte queste espressioni nascono da un dibattito contro l´ex premier Berlusconi. In questo caso andrebbe specificato che il cambiamento linguistico avvenuto negli ultimi anni in Italia è stato avviato lentamente proprio dal Cavaliere, il quale mediante una posizione di gentilezza e giocando il ruolo di “vittima”, ha potuto innescare reazioni che non potevano che essere rabbiose, dinanzi al comportamento linguistico adeguatamente politically correct di Berlusconi. Le parole della rabbia sono, dunque, il risultato del significato grave e immorale che si cela dietro alla facciata di eleganza e pertinenza linguisitica del Cavaliere. In altre parole: le parole della rabbia sono in realtá le parole che vogliono giustizia, le parole sopraffatte dal significato negativo che si presenta, peró, in forma di discorsi educati ed apparentemente inoffensivi, ma che in sé esprimono una portata negativa difficile da recepire nell´immediato perché realizzata attraverso parole di giustizia.

Prendiamo qui in esame l´incoerenza tra le parole di Berlusconi e i fatti da lui operati. La prima parola è “sinceritá”. L´ex premier è solito utilizzare questo sostantivo, fino a poco tempo fa colmo del suo reale significato, ma sfatto e disfatto dai comportamenti affatto “sinceri” di Berlusconi. Il Cavaliere ha infatti più volte mentito riguardo a diversi accaduti, il più eclatante quello sulla minorenne Ruby, di cui lui, come più volte ribadito, non era a conoscenza né dell´età né della reale identità della fanciulla.

Il Cavaliere sosteneva che la ragazza fosse la nipote di Mubarak, fino ad affermare pubblicamente di non averlo mai ammesso, creando così uno stato di incertezza in primis logica, che sfocia irrimediabilmente nell´impossibilità di seguire la “sincerità” delle tesi espresse, perché cangianti e mutevoli. Il senso di realtà viene del tutto perso attraverso l´utilizzo linguistico che non offre più alcuna linea di significato, ma diviene arma per creare disorientamento e frustrazione.
Qui il concetto di “sincerità” viene smantellato fino a non poter più distinguere il vero dal falso, gettando le parti a lui contrapposte nella condizione assurda di dover gridare “parole di rabbia” che per contro intendono preservare il diritto alla giustizia e alla legalità.
Le reazioni a un simile atteggiamento discorsivo sono le “parole della rabbia”, che al contrario della loro apparente portata distruttiva, sogliono preservare il senso di dignità del sostantivo “sincerità”.

Le “parole della rabbia” sono le parole della gente comune “indignata”, come si ascolta nella registrazione. Questo breve resoconto delle parole utilizzate intende qui dimostrare come le espressioni convulse, confuse e cangianti utilizzate dall´ex primo ministro, abbiano e stiano cambiando radicalmente il significato intrinseco delle parole e come questo stato degenerato di una forma comunicativa siffatta, alimenti uno stato sociale sempre più aggressivo e pericoloso.

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Lo Zingarelli “rosica” in dialetto

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Di nuovo, in questo tram-tram di sole innovazioni tecnologiche, ci sono molte novità nel vocabolario di italiano Zingarelli. La nuova edizione sforna neologismi, nuovi termini dal burocratese e dal politichese e, inoltre, anche alcuni nuovi nati ripresi dal dialetto.

Una delle nuove voci entrate a sorpresa nella nuova edizione del dizionario é “rosicone“. Il termine inizialmente usato da una soubrette italiana é balzato subito nel vocabolario di un calciatore famoso, entrando così automaticamente tra le voci da presentare nella nuova edizione del dizionario italiano. Rosicone si dice di una persona che invidia, appunto “rosica” del successo degli altri. Rosicare significa, infatti, rodere e anche questo verbo apre nel nostro immaginario l´idea dell´azione del ledere, rodendo o “rosicando”.

Il verbo é molto comune a Roma, ma fa il suo ingresso nel vocabolario italiano dopo essere stato addirittura pronunciato dal calabrese Gattuso, calciatore italiano noto per avere iniziato la sua carriera di allenatore.

Chi rosica é ad ogni modo simile al topolino che mordicchia un bastoncino di legno fino a all´osso, rosica dentro di sé e questo in ogni parte d´Italia, come vuole forse annunciare l´avvento della nuova voce nel vocabolario di lingua italiana.

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Napoli baluardo dell´italianità

Napoli
«Napoli è rimasta l´unica vera grande città dialettale. L´adeguamento ai modelli del centro, a norme imposte dall´alto nella lingua e nel comportamento, è soltanto superficiale.Sono secoli che i napoletani si adattano mimeticamente a chi è sopra di loro, ma poi nella sostanza restano uguali, conservano il loro modello culturale».
Pier Paolo Pasolini

Perché proprio questo scorcio di un´intervista a Pier Paolo Pasolini è una domanda la cui risposta è presente nel fulcro dell´intervista stessa, ossia perché Napoli è la realtà autentica che Pasolini, poche righe prima, decanta come espressione reale di un popolo. Un popolo è un popolo, ossia popolo autentico, se parla dialetto e se in esso è radicato. Viene preso qui a mo’ di spunto, una riflessione pasoliniana per addentrarsi a un discorso più ampio, che vede oggi la lingua vernacolare prigioniera non più della sua terra, bensì dei modelli sociali e comunicativi o, in via più generale, dei media. La violenza sulla lingua standard e sulla lingua parlata è perpetuata da decenni dalla forza delle immagini suggestive e dalla parlata privata di accento e da deturpazioni popolari della televisione. Da poco tempo a fare male ai dialetti, ma anche alla lingua standard, vi sono altri mezzi di comunicazione quali facebook, twitter e le diverse chat, da quelle dei telefoni (WhatsApp) fino a quelle offerte ancora da facebook ed affini. Se Pasolini può sferrare la sua rabbia contro la televisione, oggi la lingua vernacolare ha nemici di ben altra stoffa. Qui si intende solo riflettere sulla mutazione lenta ma efficace che sta distruggendo l´intero sistema culturale che ingloba non solo i dialetti, bensì opera con lavorio certosino persino l´italiano. Trasformare l´italiano o anche stravolgerlo secondo il principio dell´economia di una lingua, secondo il quale la congiunzione “che” diventa “ke”, è un percorso della evoluzione linguistica che non si può fermare. Il problema, ed è qui che si pone la riflessione, è cosa accade quando ad essere intaccata è un dialetto. Qui entra in gioco Napoli e i suoi parlanti così come descritta da Pasolini, come subcultura di una identità culturale la quale, avallando la fama dei partenopei conosciuti come “figl’e ’ntrocchia”, non si lascerebbero ingannare dai modelli indotti dalla televisione, e si spera da quelli della comunicazione odierna, vivendo una sorta di doppia identità: la prima che li rende italiani nel senso piú dispregiativo secondo il modello di pensiero pasoliniano, e la seconda, invece, quella propria, basata su modelli culturali antichissimi la cui autenticità vive ancora nella parlata napoletana e nei suoi suoni. Quando Pasolini parla di Napoli egli colpisce la città che più di tutte è slegata da quel modello di leggi che valgono invece al nord dello stivale. In questo senso se in accezione negativa la città di pulcinella è relegata ad essere una città italiana a metà, in accezione positiva è Napoli stessa che conserva e traina una superiorità della subcultura popolare, arma contro il livellamento culturale al quale assistiamo.

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