Archivi del mese: agosto 2013

“Le grammelot” toujours. Il suono della lingua

Parlare una lingua, sia essa vernacolare o standard, é innanzitutto un´azione che implica la gestazione del suono. Ogni dialetto, infatti, dispone o meglio si caratterizza per la sua particolare cadenza, quello scendere e salire fatto di alternanze di accenti, soste e riprese, che differenzia nettamente una frase, anche in italiano standard, del sud da quella del nord, fino ad assottigliare questa differenza in miriade di piccole costellazioni dialettali.

Siamo simili a musicanti, noi parlanti della nostra lingua, soffiamo nello strumento seguendo le note della cultura di appartenenza, e cosí il nostro strumento emette suoni sempre diversi dagli altri della stessa orchestra. Questo fenomeno che ha a che fare piú con il suono e con la scenicitá della lingua che con la linguistica tout-court, é noto in campo artistico ma vede la sua realizzazione anche nelle espressioni parlate, in particolare dei parlanti delle lingue vernacolari. Il termine “grammelot“, si pensa abbia origine francese e composto da: gram(maire) «grammatica», mêl(er) «mescolare» e (arg)ot «gergo», dunque “grammelot”. Sembra derivi anche dal termine “grommeler”, che significa “bofonchiare, borbottare”. Nella pratica il grammelot esiste da sempre ed é utilizzato, in maniera conscia o inconscia, quando si vuole utilizzare un termine di cui, però, non si è certi sulla sua esattezza. In questo caso il parlante cosciente di ciò bofonchia nella speranza di non essere colto in flagrante. Inconsciamente accade ai parlanti anziani di un vernacolare, quando tentano, ad esempio, di “ripulire” la propria lingua passando a quella standard, o anche in usuali condizioni durante un discorso. Qui accade, e non é raro, che il parlante non sia in grado di gestire le parole che non conosce in maniera appropriata, e borbotta realizzando un magnifico grammelot. Il grammelot segue il suono ondeggiante di una specifica lingua, ondeggia e rievoca i suoni delle cose mediante l´onomatopea. È a tutti gli effetti una lingua del corpo e del suono, perché più che fissarsi sulla pronuncia della parola, essa ne rievoca il messaggio visionario, fatto di suono e di movimento. Il grammelot é per questo principalmente noto in teatro, e il più famoso é certamente quello riportato in auge da Dario Fo e Franca Rame, il più originario quello dei bambini quando farfugliano discorsi incomprensibili che però valgono come straordinariamente chiarissimi.

Il grammelot é quindi un modo di gestire l´altra parte della lingua, che viene usato in maniera più o meno inconscia anche nei parlanti della lingua vernacolare. Qui un esempio:

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Calcio-linguistica, la lingua é nel pallone

L´interesse dei quotidiani sulle sorti dell´italiano parlato, sembra negli ultimi tempi essersi accresciuto visibilmente. Dopo l´articolo sulle parole che contraddistinguono il mondo politico di destra e di sinistra, il Corriere della sera presenta uno studio interessante sul linguaggio usato e “usurato” dai giornalisti e come esso venga poi riutilizzato, senza grande coscienza intellettiva, dagli stessi calciatori e allenatori. Si parte dalla seguente premessa incoraggiante: “Il calciatore e l’allenatore, in genere (e quasi mai per colpa) sono cresciuti senza mai potere studiare troppo (a differenza, in teoria, dei giornalisti) e quindi senza poter cogliere l’assurdità quando non l’inappropriatezza di un determinato termine”. Questo cliché intellectuelle (neologismo mio) domina il mondo poco istruito del calcio. Si riconoscono tre grandi classi di giornalisti in grado di influenzare la mancata dipendenza linguistica degli eroi del calcio: i “neoretorici” e i “neodistorsori”. I primi utilizzano termini oramai demodé, tanto da apparire eccentrici e sconvenienti. Appartengono a tale gruppo dei termini passati di moda: “rammarico” al posto del quale si usa il meno peggio “triste”, “recriminare”, “evanescente” che sembra tutt´al piú sia stato in voga nel dizionario delle storie di misteri. Al gruppo dei termini “distorti” appartiene l´aggettivo per eccellenza, l´unico in grado di dare un effetto di surplus al resto della frase, ossia “importante”. Si dovrebbe in realtá utilizzare il famoso aggettivo con estrema attenzione, onde non alleggerirlo del suo “importante” peso linguistico. A chiudere l´articolo l´avverbio di luogo “dove” che si tramuta, nel vocabolario e nel manuale di grammatica degli sportivi, in un tuttofare in grado di unire frasi inaccettabili e prive di qualsiasi fondamento grammaticale di grazia: «Oggi è una giornata dove potevamo avere i denti, a un certo punto son caduti e abbiamo azzannato il pane».

Infondo a fare scuola resta sempre il nostro simpatico e “importante” italiano in grado di trasformare persino il tedesco…

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Le parole a sinistra e a destra

Dici fascismo e la storia ti riporta alla storia politica della destra, dici partigiani e ti ritrovi a sinistra. Oggi il vocabolario é radicalmente cambiato eppure la storia dei valori e degli aggettivi che promuovono l´etichetta elettorale dei principi della e della sinistra, restano saldi nella memoria e nella cultura degli italiani. Un insieme di aggettivi in piena crisi di valori sembrerebbe essere l´ultima trovata linguistica da parte del quotidiano La Repubblica, per poter misurare la scala dei vecchi valori nei quali ritrovarsi compagni di schieramento politico. La sinistra da sempre é stata additata dalla destra come il coacervo produttore di “fannulloni”, “sinistroidi”, “chiacchieroni” e poco propensi alle gioie ardue del lavoro, contro guerre, falsamente “ideologici”, “pacifisti”, “anticapitalisti” e “verdi” per ideologia e speranza che qualcosa l´uomo possa davvero cambiarla al meglio sulla terra. Dall´altra parte “quelli” di sinistra identificano la destra come fucina di spiriti dediti al “qualunquismo ideologico”, “capitalisti” nati, ossessionati dalla guerra dell´ora da fare ad ogni costo, anche scatenando una “vera guerra”, amanti del “cemento armato” e degli orari di lavoro in aumento, odiano i “diritti del lavoratore” e sono di natura “anti-immigrato”. Questi i luoghi comuni di identificazioni a grandi linee di un mondo di destra e un mondo di sinistra, che se non é reale, non può dirsi neanche inesistente nella mente degli italiani che funzionano a cliché. Qui si innesta il progetto ambizioso del giornale sinistroide, detto senza ironia, che ha cercato di scoprire quanto nella fantasia degli italiani la sinistra é la sinistra della prima etichetta, e quanti aggettivi non la identificano più. Sembra che in pole position i principi della parte di sinistra siano: “lavoro” e “laicità” ai primi posti, seguito da: “legalità”, “ambiente”, “redistribuzione” o volendo riassumere i valori concreti degli altri nomi identificativi, in generale la sinistra viene identificata per lo piú con un senso di giustizia e parità sociale. “Pace”, “sogno” e “fantasia” sono invece valori a ribasso nello scrigno della sinistra, che se promette ancora di ridare “lavoro” e “redistribuire” valore sociale, promette un programma non più visionario e fantastico come nel passato. Peccato, al sogno non si dovrebbe rinunciare mai.

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Briganti dal passato.

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La “situazione meridionale” é una storia antica quanto l´Italia stessa, divisa in due metá: la prima, quella caratterizzata dalla realtà industriale ed economicamente trainante del nord, e quella culturalmente e socialmente più sfaccettata del sud. Il meridione e la sua “questione “oltre ad essere fucina di problematiche sociali e politiche rilevanti, é anche una questione prettamente culturale proprio per i risvolti sociali forti nei quali nasce, si sviluppa e si costituisce. L´abbandono dello Stato verso questa parte di Italia del sud, ha origini antichissime e già nelle sue prime espressioni ha dato vita a straordinari risvolti storici e culturali che oggi identificano l´anima del sud stesso. Il brigantaggio é uno dei risvolti del sud, delle sue regole e delle sue trasgressioni. Nato dapprima come movimento fuorilegge da parte di bandi di furfanti pronti al saccheggio e alle razzie, con il passare del tempo acquista una natura politica rilevante, che fa leva sulla particolare situazione economico e sociale del mezzogiorno. Il termine é di origine sconosciuta, ma da subito si identifica con quella frangia di Italia meridionale povera, misera e abbandonata la cui posizione di disagio favorisce la vita del fenomeno del brigantaggio. Oggi di briganti ne rimane solo il nome, attestazione di una cultura che evolutasi trattiene ancora a sé i germi della violenza di bande che, se non possiamo piú definire briganti, per la commistione degli stessi valori del fenomeno del XIII sec. quali miseria e abbandono sociale, può essere oggi rivisto nelle espressioni delle mafie meridionali. Briganti di nuova generazione in un sud, la cui complessa struttura di fenomeni sociali e politici, reiterano espressioni antiche in forme nuove e attuali, come nel caso delle mafie come controllo delle masse.

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Tra musica e dialetto

La musica popolare appartiene per definizione a quel substrato della lingua standard, che per antonomasia condensa nei suoi testi un mix di lingua del territorio. Esiste anche un´altra musica, un ibrido di cultura linguistica del territorio, il dialetto,  e quella della unione nazionale, l´italiano. In questo caso la scena musicale italiana offre molti spunti interessanti, sia dal punto di vista linguistico, che da quello linguistico. Molti sono i cantanti, maggiormente sono band, che cantano mescolando accenti, parole e intere frasi in italiano e in dialetto. Sanremo, la nota kermesse italiana sulla musica, ha, infatti, ribadito che il dialetto appartiene a quel particolare patrimonio italiano, e quindi accettato tutte le canzoni in lingua dialettale.

Una band famosa a riguardo e la cui partecipazione a Sanremo resta una tappa fondamentale della loro fortuna, è Pittura Freska. “Papa nero” è una canzone che ha concorso al festival di Sanremo nel 1997 e che presenta un testo se non totalmente in lingua veneziana, sicuramente con molte inflessioni della lingua non standard:

« Sarà vero?dopo Miss Italia aver un papa nero no me par vero un papa nero che ‘scolta ‘e ‘me canson in venessian perché el xé nero african ». Solo questa breve strofa aiuta a comprendere la tendenza linguistica del testo musicale.

Spostiamoci al sud. Le band che parlano dialetto sono anche qui molto amate dal pubblico e dalla critica. I Sud Sound System rievocano tutto il calore della lingua del salento in testi come questo: « Lassa cu parte ne sciamu cussì mè tiempu de perdere none nun ci nnè cu le parole sciocu e te spiegu lu percè pe nui lu reggae ete la meiu musica ca nc’è ».

Il trend fortunato del dialetto in musica non si ferma qui, sempre al sud emergono il famoso gruppo 99 Posse, che canta in dialetto napoletano e i cui testi si fondano su storie e vicende che ruotano intorno alla provincia di Napoli.

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Indovina chi!

Non importa dove ci si trovi, in quale angolo di questa Italia frammentata da diversi modi di parlare, perché ci sono parole che usate in situazioni informali e in contesti lascivi, riaffiorano in diversi dialetti e la radice da vita ad altri termini aventi lo stesso impatto di forza. Questo é il caso della nota parola, che qui non trascriveremo ma che si evincerá dalla sue flessioni che qui riportiamo. “Incazzarsi” é un verbo usato prevalentemente al sud. L´origine di questo termine sembra avere due storie. Analizzando le componenti del verbo non é difficile capire quale potrebbe essere la radice che da vita al verbo, che in italiano significa “perdere la pazienza, irritarsi“. Eppure esiste un´altra origine del verbo, di natura storica e culturale diversa, che evocherebbe una storia culturale diversa. Questo verbo avrebbe una storia che affonda le radici nel mare italiano, o meglio, nel linguaggio marinaio. Sembra che “cazzare“, dunque la parte centrale e finale di “incazzare”, significhi “tendere al massimo un cavo”. In effetti la persona “incazzata” é “tesa come una corda” (italiano standard) e pronta a rompersi, dunque “a scoppiare, liberare la rabbia”. Interessante sono le altre variazioni del verbo, come “cazzone” nel senso di stupido, “cazzarola” intercalare il cui sinonimo sarebbe “cavolo, e tanti altri termini la cui radice presenta sempre la stessa parola. Indovinate quale?

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Il linguaggio che mente

Attraverso la lingua si possono esprimere pensieri, idee che non sempre rispecchiano la verità di chi li enuncia. Il linguaggio se da una parte è il mezzo tramite il quale rappresentiamo in nostro mondo interiore, ciò che pensiamo e il credo e dunque la propria individualità, resta in ogni caso anche un’arma con la quale poter nascondere tutto questo. La lingua, sia essa scritta che parlata, ha il compito di fermare nella coscienza altrui la nostra immagine, ciò che siamo ed è per questo uno strumento che si offre anche come suo più prossimo contrario, ossia come il mezzo per nascondere ed inficiare una realtà oggettiva o prettamente personale. Da uno studio realizzato dalla Carnegie Mellon University i ricercatori hanno studiato la lingua dei bugiardi, il modo in cui vengono utilizzate le diversi componenti di un discorso. Il risultato è sostanzialmente una riduzione dei pronomi personali come “io” e “te”. La omissione di tali pronomi potrebbe essere ricondotta alla menzogna che impone una sostanziale mancanza di forza e che si risolverebbe nella evasione da parte del parlante della enfasi che invece i pronomi personali impongono se ripetuti all’interno di asserzioni pensate e credute “vere”. La forma del linguaggio tende ad essere prolissa, come si nota nella forma scritta di mail e messaggi scritti, forse per riempire un discorso falso e per conferirgli tutte le giustificazioni che potrebbero invalidare l’inesattezza della posizione. Ancora, la ricerca ha sottolineato come il linguaggio del menzognere sia ricco di “parole emotive più negative” e credo ci si riferisca qui ad aggettivi negativi o comunque non neutrali, sottolineando l’appartenenza della menzogna alla forza – linguistica – ad ogni costo tipica dell’atteggiamento “in difesa” di chi non può riprendere motivazioni oggettive valide. Questo studio si basa sui discorsi di George W. Bush prima di invadere l’Iraq e quelli di Harry Truman prima del rilascio della bomba atomica su Hiroshima. In entrambi i casi si sono notate delle profonde differenze nell’utilizzo dei pronomi, sostanzialmente diminuiti.

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Buffoni e “Pajasi”


La parola del giorno è “pagliaccio” in tutti i dialetti d’Italia. Il pagliaccio oggi ci riporta ai colori del Mc Donald, nota catena di fast food americana, ma anche al film horror “IT” che ha terrorizzato molti adulti italiani. “Pagliaccio” nell’uso corrente della lingua standard, può fungere da sostantivo ma anche da aggettivo per connotare negativamente una persona. Il “pajaso“, così detto a Verona, ha dunque un valore di aggettivo sostantivato. Insieme al “paiazzo” – Veneto – si suole anche parlare di “buffon”, il buffone, che riporta maggiormente ad un ambiente cortese. “Ridi pagliaccio” cantava Pavarotti dal libretto di Ruggero Leoncavallo, in effetti la figura del “cannaluaru”, così in catanese, è ambigua. Viso coperto da colori che ne nascondono la natura reale, sorriso stampato e indelebile, il “minghiuno”, sempre in catanese, è un genere di persona il cui scopo è quello di nascondere il proprio mondo interiore per nascondere la realtà e dunque mentire e recitare ad oltranza; Non è certo un caso che l’uso di questo aggettivo sostantivato sia comune in Italia ma meno all’ estero, dove per indicare un cialtrone si usano altri sostantivi in forma di aggettivi come in Germania “Penner”. Non possiamo non menzionare la prima pagina del Financial Times di qualche giorno fa che titola: The curtain falls on the Rome’s buffoon per indicare un buffone, pagliaccio di appartenenza italiana, e non è un caso la scelta dell’aggettivo sostantivato “buffone”. A ogni cultura il suo aggettivo.

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