Archivi del mese: luglio 2013

Il dialetto che offende

La comunicazione diretta lascia dietro di sé tracce evidenti della lingua non standard parlata dal gruppo di una stessa comunità. I parlanti che vivacizzano maggiormente questo tipo di comunicazione verbale sono i giovani, i quali offrono uno scenario interessante per quanto concerne il cambiamento in atto in un dialetto e nell’utilizzo che viene fatto.

I giovani che parlano tra di loro, a prescindere dal luogo interessato, danno una vita ad un linguaggio caratterizzato da parole dialettali, termini presi in prestito dai mass-media e da insulti. Questi tre punti centrali della comunicazione giovanile rappresentano appieno il tipo di cultura e il particolare contesto storico nel quale ci troviamo.

A Bologna si usa dire “bagaglio” a una persona di poco conto, forse perché come un bagaglio “sta tra i piedi”, ossia non è di alcuna utilità bensì di intralcio. “Baletta” a Genova significa pivello, mentre a Milano sbaraglia il “balordo“, il tipo strano e trasandato. Sempre a Milano “uregia” è un’offesa che significa omosessuale e qui l’Italia si imbatte con l’esplicita omofobia     e ristrettezza cultura riguardo ad un argomento che altrove non è usato a mo’ di offesa, bensì rientra a tutti gli effetti nella quotidianità civile. “Uregia” è un dispregiativo il cui sostantivo è “uregia”, ossia orecchio. Al sud per offendere un uomo si dice che è “ricchione“, la versione del basso stivale di “uregia”, ma proprio nel dialetto del sud  il sostantivo dal quale l’aggettivo trae origine, è di più facile individuazione, il milanese “uregia” sarebbe incomprensibile per chiunque non sia di quelle zone.

Pubblicato in MetropolItalia | Lascia un commento

Vicoli salernitani, murales che parlano dialetto

salerno

Passeggiare per i vicoli salernitani è una emozione per l’anima e fonte di grande ispirazione per gli amanti del dialetto del luogo. Il salernitano potrebbe essere identificato come il punto di incontro del dialetto napoletano e quello cilentano, per la mistura di contaminazioni interessanti che emergono. Situata più al sud del capoluogo campano, Salerno sfoggia un’ari più sobria ed elegante, meno prosaica rispetto ai vicini napoletani. Tra i vicoletti di Salerno non è raro scorgere scritte sui muri, proiezioni reali della lingua parlata dagli abitanti del posto che con orgoglio sfoggiano una cultura impressa a colori sui palazzi della città.

salerno3

 

“Dicette u ciciniello, pur’ io so pesce” questa la scritta di uno dei tanti murales a Salerno che tradotta suona così: “il ciciniello disse, anche io sono un pesce”. La cultura culinaria di un luogo di mare come Salerno, non poteva non citare una prelibatezza tipica del posto e non poteva che farlo nel suo dialetto. Il “ciciniello” è il novellame del pesce azzurro e anche nelle espressioni usate al sud dire ad una persona che è un “ciciniello” significa che la persona non è “una montagna di carne”.

salerno2

 

“‘A’ carne se jetta e ‘e can s’arrangian” tradotto: “la carne si butta via e i cani si arrangiano”. Anche in questo murales linguisticamente rilevante per il dialetto del luogo, motivo principale è quello del cibo. Il verbo usato nel dialetto salernitano è “jettare” ossia buttare via, e richiama l’altro verbo italiano “gettare” al quale sembra appartenere etimologicamente.

 

Pubblicato in MetropolItalia | Lascia un commento

che sarà “crai”?

Molto spesso per salvare un dialetto italiano dalla sicura estinzione, si ricorre alla pubblicazione di un libro oppure alla realizzazione di una ricerca i cui risultati potranno conservare i doni della lingua. Nel rileggere testi siffatti capita di notare che molti termini dialettali sono fortemente legati alla lingua greca e latina. Un dialetto parlato in Puglia assomiglia, in questo, ai dialetti parlati nella regione Campania dove per dire domani gli anziani del luogo dicono “crai“. “Crai” è una parola che deriva dal latino “cras” la cui radice ha dato origine alla parola dialettale “crai” e che mai potremmo, a primo acchito, immaginarne il significato, “domani”. Fatto eccezionale è che “crai” è in uso in diversi dialetti in regioni italiane anche distanti. Dorina Martina, autrice del libro “…Nu ppe’ quistu me rrussiscu ca te parlu alla leccese”, è pugliese e di questa terra ha voluto imprimere e lasciare una testimonianza linguistica fortissima. Come nel dialetto in Puglia anche nella regione Campania, in alcune zone di montagna prevalentemente, è possibile sentire pronunciare la parola “crai”. Nel gioco metropolitalia la parola è stata aggiunta ed è pronta per eventuali scommesse dei giocatori!

Pubblicato in MetropolItalia | Lascia un commento

Come “emigra” il pernigotti. Storie di emigrazioni assurde e di assurdi linguistici

baiocchi

I biscotti Baiocchi della Mulino Bianco

Un altro marchio italiano «emigra»
Pernigotti venduta ai turchi

Dopo Loro Piana, anche il marchio del settore dolciario pasas in mani straniere: venduto alla Toksoz di Istanbul

Questo il titolo con virgolette ed errore “pasas”, si spera, di battitura, apparso oggi sul Corriere della sera. Una volta ad emigrare erano i volatili i quali, allo scoccare del cambio di stagione, abbandonavano vecchi territori per luoghi e ambienti più miti. La crisi ha trasformato gli italiani, sempre più simili agli animali di Orwell per l’utilizzo linguistico che li caratterizza (vedi articolo Blog Metropolitalia). Gli italiani sono diventati dei volatili in tutto e per tutto. Non solo loro ma anche i prodotti  “emigrano“, come la famosa marca di cioccolatini pernigotti. Immaginiamo dei cioccolatini che in massa, simili a uno stuolo di uccelli, volano sullo stivale per raggiungere la Turchia. Immagine moderna di cioccolatini in fuga dal paese dei balocchi e dei “Baiocchi”, a meno che anche i biscotti della Mulino Bianco non decidano di “emigrare”.

 

Pubblicato in MetropolItalia | Lascia un commento

American gangster all’italiana: Gomorra

gomorra

Roberto Saviano, classe 1979, napoletano doc se non altro perché di questa terra ne ha saputo assorbire la poesia e denunciare il fetore. Scrittore finissimo dei mali della sua terra, con l’arma della penna desidera curare l’eterno tumore di una Napoli in mano alla camorra. Gomorra, bestseller di Saviano, gli apre le porte del paradiso giornalistico, ma gli chiude in faccia quelle del quieto vivere. Da anni esiliato dalla sua terra natia, è costretto a nascondersi dagli uomini di “onore” del Sud fatto di contrabbando, mazzette e affari loschi. Questo è un breve viaggio linguistico attraverso le parole usate da Roberto nel suo libro, per aprire gli occhi sul modus vivendi di una mela che rischia di infettare tutte le altre.

«Le ville dei camorristi sono le perle di cemento nascoste nelle strade dei paesi del casertano […] Ma ce n’è una particolarmente celebre […]. Per tutti in paese è “Hollywood”».

Dall’italiano corretto di Saviano emerge un sodalizio linguistico e simbolico con il grande sogno americano, di ispirazione cinematografica, che rimanda alla saga del Padrino. Nomi americani vengono usati per contenere una megalomania che la lingua italiana, forse, non riesce a delimitare. Il racconto prosegue. «Hollywood è la villa di Walter Schiavone, fratello di Sandokan […]. Si racconta a Casal di Principe che il boss aveva chiesto al suo architetto di costruirgli una villa identica a quella del gangster cubano di Miami, Tony Montana, in Scarface». Allora è vero, il film realissimo della “mala” italiana non basta a descrivere se stesso; il cinema americano con Al Pacino è lo specchio finto capace di rinviare l’immagine reale.

Fiction e dramma di vita vissuto, sembrano aver perso i contorni per quella “famiglia” malavitosa che non può che ricorrere a nomi ed espressioni americane per sentirsi padroni di una Italia che la chiama mafia, in modo secco, in lingua italiana purissima e senza fare ricorso ad anglismi o simili. “Gangster”, “Sandokan” e “Hollywood” risuonano nelle pagine di Gomorra nella loro distanza da una lingua, quella standard, che ammette poche interferenze internazionali. Per questo motivo il riconoscimento della mafia e della camorra attraverso l’uso linguistico appropriato e riconosciuto dalla e nella lingua italiana, è l’idioma che ai malviventi offre una immagine di loro odiata e, forse, amaramente disprezzata. Ecco, allora, il ricorso alla lingua dei film americani, unico idioma immaginario e fittizio di una realtà che l’italiano non rifugge.

 

Pubblicato in MetropolItalia | Lascia un commento

L’italiano “animale” e la previsione di Orwell

Gli animali da fuori guardavano il maiale e poi l’uomo, poi l’uomo e ancora il maiale: ma era ormai impossibile dire chi era l’uno e chi l’altro.
La fattoria degli animali, George Orwell

La vecchia fattoria cantata dai bambini si è traformata nell’orgia oscura e decadente narrata da George Orwell ne La fattoria degli animali. La nitida e metaforica discesa dell’Occidente prevista dallo scrittore sembra stia realizzandosi a tutti gli effetti nella lingua dell’Italia di oggi. Un articolo di Stefano Bartezzaghi apparso su La Repubblica qualche giorno fa (articolo), spolvera la situazione linguistica utilizzata dai politici, per rimandarci, forse bonariamente, a una storia ontologica più evidente e putrida, pur sempre schizzata con ironia. Per la serie “non resta che piangere”. Se nella fantasia di Orwell gli uomini sono rappresentati da fattezze animali, nella realtà italiana odierna i politici parlano per metafore sugli animali, come se avessero perso loro stessi fattezze puramente umane. Che i rappresentanti della bella politica nostrana abbiano accettato la loro disumana discesa al mondo del selvaggio?

Tacchini, falchi, colombe, lupi, agnelli, tigri, allodole e vacche alle quali stanno mandandoci, come dice Letta, sono solo alcuni degli animali preferiti citati dai rappresentanti della scena  politica. Dai “vaffa…” espressi con nonchalance ai “lumaconi bavosi” di Bossi, il passo è stato breve. Le nuove espressioni che ricorrono sfruttando il Mc Donald superandolo in animali citati, segnano la raccappriciante escalation di una lingua che non sa più cosa offrire, e denota, ahimè, altresì l’impotente arrendevolezza dinanzi alla sconcertante realtà dei fatti: questa lingua “animale” è fatta per essere usata da uomini che non possono più riconoscersi in questa definizione. Orwell fantasticava sulla vita di animali per nascondere lo spaventoso mondo animale dell’uomo, ora non resta che ridiventare uomini.

 

Pubblicato in MetropolItalia | 1 commento