Archivi del mese: giugno 2013

Palcoscenico e verità

Eduardo_De_Filippo

A ggente ca me vede mmiez’ ‘a via 
me guarda nfaccia e ride. Ride e passa. 
Le vene ammente na cummedia mia, 
se ricorda ch’è comica, e se spassa. 
Redite pè cient’anne! Sulamente, 
v’ ‘o vvoglio dì pè scrupolo ‘e cuscienza: 
io scrivo ‘e fatte comiche d”a ggente… 
E a ridere, truvate cunvenienza? 
… Nun credo

Questa gente che sorride incontrando per strada l’artista partenopeo Eduardo De Filippo, è colta dal ricordo delle opere del poeta, che non ha fatto altro che rappresentare la gente stessa, che ora ride ma, come De Filippo annota nella sua poesia, non ride che di sè stessa. Il popolo, i costumi tragicomici della gente comune, hanno rappresentato per De Filippo il palcoscenico di un teatro reale e affascinante dal quale attingere spunto per la realizzazione di opere per il palcoscenico dell’arte. Arte e verità si incontrano sul palcoscenico dell’arte, che per De Filippo è la messa in scena della vita quotidiana, è elevazione della sceneggiatura a trama fantastica e ironica, che solo la vita vera può osare e presentare. Gli attori di questa eterna arte drammatica sono gli uomini, comici di professione che però non si riconoscono vestiti da attori di tutti i giorni.

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Viaggio in Sicilia

limoni_sicilia

Tempo di mare, di vacanze e di Italia. Una delle mete più ambite dagli italiani stesse è la magica Sicilia. Che ne dite di un viaggio all’ interno della cultura siciliana passando attraverso le forme linguistiche del luogo? Accussì inizia il nostro viaggio picciotti!

Arrivati in Sicilia è d’obbligo, con questo caldo, la classica granita siciliana. La granita, cara alla tradizione culinaria siciliana, non è un vero e proprio sorbetto sebbene la differenza non sia poi così nota. Il segreto è la quantità di zucchero utilizzata.

Dopo la granita siciliana  si può assaporare il “Pane cà Meusa” ossia il cosiddetto pane con la milza, tipica leccornia di Palermo da mangiare assolutamente per strada, come richiede la tradizione.

A proposito di tradizione, la Sicilia è una terra dove la religione regna sovrana, non è così difficile trovarsi nel mezzo di una processione religiosa con tanto di santo o santa innalzati sulla folla di fedeli che intanto intonano i classici canti religiosi a mo’ di preghiera:

Sacro e profano si incontrano nella terra dei limoni e di “Cosa nostra”. Simile ad uno Stato parallelo, questa organizzazione interna ha sostiuito lo Stato nei fatti politici, economoci e sociali tout-court. Quando la nobiltà siciliana con il processo di urbanizzazione ha abbondonato le terre per spostarsi nelle città, i gruppi di locatari terrieri divennero a tutti gli effetti i “padroni” delle terre, che successivamente sono state governate dai boss, tutt’oggi esistenti. Attenzione ai ruffanti, cioè i borseggiatori, e ai piveddi, le giovane reclute della mafia, o almeno bisogna cercare di fare proprio il detto delle tre scimmiette sagge dell’omertà “Non vedo, non parlo, non sento”.

 

 

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Lo Spiegel “riflette” gli errori: dalla Germania all’Italia.

KonradDuden

Konrad Duden

Attenzione, attenzione! i teutonici muniti di Duden e delle nuove regole per il corretto modo di scrivere in tedesco, tornano a tuonare…Sembra che i bambini tedeschi non ricevano una adeguata preparazione a scuola in tema di scrittura. Auf gut Deutsch i bambini tedeschi non sanno scrivere correttamente. Il problema nasce, secondo il linguista Guenther Tomé, dalla scarsa preparazione dei futuri insegnanti, i quali non verrebbero adeguatamente preparati in materia ortografica. Sembra che in Germania lo Spiegel online sia tornato nuovamente sulla questione linguistica tedesca, già nota alle cronache estere per l’ eccessiva ossessione verso le nuove regole di scrittura che non mancano a ogni fine del mese con pace del Duden. A tutti i tedeschi un italiano, sono sicura, risponderebbe con piglio ironico, esattamente così…

La lingua tedesca ha parole che spesso superano l’immaginazione, per quanti sostantivi possono essere accorpati in una sola lunghissima e, per bambini e linguisti,  pericolosissima parola. Abbiate pietà per voi stessi e per le povere creature. Secondo: è risaputo e noto che una parola tedesca non è di facile comprensione per l’udito, perchè questa verrà poi scritta in modo del tutto differente, insomma il tedesco ha numerose regole ortografiche applicate a parole i cui suoi hanno bisogno di tempo per essere memorizzati e acquisiti. Per questo ci vuole tempo. Cari tedeschi, non siete certo soli, i vostri vicini di casa, gli italiani, conoscono bene questi problemi, ma non se ne curano…

In pole position nella classifica degli errori che faticano a morire ma che, anzi, incrementano aiutati dai nuovi social networks vi sono:

Il povero apostrofo che dovrebbe essere assente in “un altro” compare, e, magia! scompare in “un’altra”. Le doppie? per molti bambini, e adulti, italiani o sono tre o sono…una! “Parmigiano” e “soprattutto” sono solo alcune vittime di uno sterminio ortografico che sta entrando di soppiatto (con la doppia “t”…)  nella lingua standard. Alla lista si aggiunge la famigerata “c” che dovrebbe accompagnare la “q” in “acqua”, ma gli ignoranti qui avrebbero buone ragioni per ergersi a intellettuali finissimi e addurre una motivazione da linguista ariano: “aqua” senza “c”, come dicono i latini…

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La lingua della rabbia

800px-Penne_all'arrabbiata

I motivi per essere arrabbiati e delusi in Italia certamente non mancano. Mancanza di posti di lavoro e non in ultimo il continuo effetto yo-yo delle tasse che vengono imposte ed altre che vengono abolite, ma l’essenza non cambia: gli italiani sono un popolo di arrabbiati. Forse è un tratto caratteristico dei popoli esposti a grandi caldi, ma l’italiano si riconosce anche per una certa attitudine a non lasciarsi certamente scorrere i problemi senza una sana esternazione. Non è nemmeno un caso che nella tradizione culinaria di Roma a rappresentanza dell’essenza al peperoncino degli italiani, spicchi un piatto piccante che fa diventare tutti “rossi dalla rabbia”, ossia la pasta all’arrabbiata, piatto tipico della capitale furiosa (è proprioil caso di dirlo).

Un italiano arrabbiato è un italiano che parla di più e non nella koinè classica, bensì nel suo dialetto, nella declinazione linguistica parlata a lui più vicina e congeniale, talvolta mescolando termini dialettali ad espressioni, che per via della rabbia, vengono inaspettatamente mutate secondo errori personali del momento o a causa dell’ira irrazionale. Insomma, parlare il dialetto in momenti di rabbia sembra essere un naturale rimedio per espellerla. Sembra, infatti, molto improbabile che una persona italiana  si esprima in perfetto italiano nel momento dello sfogo. Che lingua parla la rabbia? Vediamo qualche esempio.

Al sud, in Campania, arrabbiarsi assume una connotazione bucolica, si potrebbe dire. La tipica frase per indicare un momento di rabbia acuta è  “ascì fora d’ ‘o semmenato“, che letteralmente significa “uscire fuori dal seminato”, andare oltre il “seminato” consentito. In Basilicata il verbo che declina la rabbia è “‘ngazzà, arraggiarsi”, che somiglia molto al verbo “incazzarsi” utilizzato anche in altre zone del sud. Facciamo un salto più su e si scopre che gli italiani al nord si arrabbiano con questa declinazione: “arliàs,arlìaras, eign bretì, eign”, gnèc”, mentre nelle Marche ci si “incaulàss”. Scendendo ancora più al sud la rabbia parla sempre di più e con maggiori colori; in Sicilia, come in Campania, alla rabbia si concede non solo un verso ma anche una espressione colorita, che in Sicilia recita così “pigghiari petri a muzzicuna“, ossia “prendere le pietre a morsi”.

Arrabbiarsi fa bene alla lingua e allo spirito. Buona uscita dal seminato!

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“Ciao” e “Servus”: schiavi di ieri, saluti di oggi

Cosa hanno in comune gli schiavi, gli sloveni e il saluto usuale “ciao“? Ebbene gli schiavi durante il X e XI secolo erano prevalentemente di origine slava. Il mercato degli schiavi slavi ha quindi contribuito all’origine della parola schiavo, che in inglese è “slave” (in italiano indica il plurale femminile di “slavo”), in tedesco “Sklave”, in italiano “schiavo”, in francese “esclave” e in spagnolo “esclavo”.


 

In tedesco, o per essere più precisi nella Baviera, si usa salutare con un “Servus”, parola che indica chiaramente il forte influsso della storia degli schiavi slavi e di come questa abbia influenzato la lingua. “Servus” sgnifica, appunto, servo e secondo la tradizione è il tipico saluto cordiale recante un messaggio molto chiaro: “sono tuo servo, al tuo servizio”. Anche in un dialetto italiano riscontriamo le tracce della storia passata, ad esempio il nostro “ciao” deriva dal dialetto veneto “s’cìao” ossia servo, una parola che con il tempo ha perso la fricativa alveolare sorda divenendo “ciao”.

 

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Quegli “amici” traditori

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Se si pensa ai “falsi amici” alla memoria vengono richiamati non solo quelli che nella vita ci hanno deluso, bensí anche quelli che hanno segnato il nostro sgomento nelle prime lezioni di inglese. “Attenzione ai ‘false friends'”!, ed era chiaro che neanche della lingua ci si poteva fidare. Tra i piú famosi nemici della lingua inglese compare il famigerato “actually”, sempre tradotto con strazio del traduttore, con “attualmente”, in  realtá sgnifica  “in effetti”. Credere che i “falsi amici” danneggino solo le amicizie nella lingua inglese é sbagliato. Basta “ascoltarci” bene intorno per capire che i traditori sono ovunque, persino nella lingua non standard. Nella rubrica di Stefano Bartezzaghi sono stati rilevati alcuni”nemici” colpevoli di mettere in sobbuglio anche il dialetto. Eccone qui di seguito alcuni: “Moon” significa luna in inglese ma “munn” é terra in napoletano.

Cattivo in inglese si dice “bad” che suona come “bed” (letto) sempre in inglese e che in siciliano significa “bello-a”, appunto “bedd”.

Interessante é la riflessione conclusiva sul titolo di un film di Giuseppe Bertolucci “Troppo sole”, un titolo che anche in italiano gioca sulla doppia valenza di significato. Il “troppo sole” del film indica o delle ragazze troppo solitarie oppure un eccesso di sole, nel senso di luce solare. Il gioco dei falsi amici ci insegna, allora, a tradurre in inglese, e il risultato é “too sun” (troppa luce solare), ma allo stesso tempo in milanese le “tosanne” sono proprio le ragazze, quelle troppo “sole”, della prima traduzione.

Che inganno!

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Tu flippi?

Accade molto spesso che nel gergo giovanile le espressioni nuove prendano vita e si espandano ad una velocità tale che altrettanto velocemente muoiono. Una espressione dal gergo giovanile conosciuta ed utilizzata, forse, prevalentemente al nord ma nota anche al sud dello stivale, è quella che vede coniugare il verbo “flippare“.

“Flippare” riporta alla memoria il classico gioco del flip, quello che, per intenderci, sfruttava l’ energia del giocatore impiegata su due alette di plastica per gettare la pallina nel punto desiderato per vincere. Oggi il “flip” resta vivo solo nel cassetto dei ricordi e dei giocattoli andati. Nella lingua, però, sembra essere tornato per definire una situazione di confusione profonda e di perdimento, incoscienza, dinanzi a fenomeni di non immediata spiegazione o, anche, in situazioni in cui il soggetto non è capace di riconoscere la logica insita negli accadimenti . Il dizionario del gergo giovanile, invece, si esprime così: FLIPPATO: “Sei flippato”, espressione che significa “essere suonato”; in senso più letterale l’espressione può riferirsi a chi assume sostanze tossiche ed è quindi “sballato” e ha “svarioni”. In questo caso secondo il dizionario sinonimo del termine sarebbe “infognato”, che richiamerebbe anche nell’imaginario visivo una situazione in cui una persona è letteralmente “persa” nella fogna, quasi “annegata” in questa. Il sostantivo “flip” dall’ inglese significa altresì: agitare, saltellare, rimproverare, e così via fino ad altri significati del termine, che quasi ci portano fuori strada come quello di “bevanda calda”. Il verbo “flippare” starebbe, forse, ad indicare anche l’atto del “girare”, “far ruotare su se stesso”, perchè stando ad alcuni video su Youtube alla voce “flippare” si ottengono come risultato riprese di persone fatte ruotare su loro stesse.

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Che tempo che fa

Alzare gli occhi al cielo e non crederci! l’estate sembra proprio non volere arrivare. Su tutta l’Europa impervia una perturbazione che da mesi non ci lascia scoprire. Cappotti a parte è proprio in questi momenti che ache i più scettici lanciano una occhiata al meteo. Un meteo particolare è quello di seguito:

Il dialetto reggiano offre indicazioni in lingua originale sulle condizioni meteo su tutto lo stivale. Attenzione alle particolarità di questo dialetto. “Ben retruvè”, “region meridionè” e “giurnè” riprende la cadenza francese con accenti sulle vocali finali. Altra particolarità è l’espressione ripetuta “appen appen”, o anche “la nuvola che và e che la vì”. Già, è proprio così la nuvola la và e la vì, ma certo non per le previsioni di questa strana estate.

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