Archivi del mese: maggio 2013

Un dialetto non proprio educato

È oramai risaputo e divenuto anche di costume quotidiano, perdersi nei meandri dell’educazione basilare per prendere una direzione diretta e coincisa per formulare pensieri che poche volte vengono elaborati ed espressi come il comune codice etico richiederebbe. Il dialetto, come lingua di una cultura segmentata, offre molte opzioni per deviare la comune decenza, quella, per essere più precisi, alla quale un testo scritto in lingua italiana o anche in una usuale conversazione educata non può non utilizzare. Molte sono le espressioni dialettali indecenti, che possono trasformarsi in vere e proprie offese punibili dalla legge. Accade, così, che la Corte di Cassazione entri  nel campo linguistico per limitarne gli spazi, questa volta non regionali, ma di uso. Durante un’ intervista ad un giornale, un politico si pronunicia verso il suo avversario con l’espressione friulana ‘re dei cojon’, interamente riportata dalla testata giornalistica. Trattandosi di una espressione dialettale, il politico avrà pensato di poter adottare un simile linguaggio senza pagarne spesa alcuna. Di fatto non è così. La Cassazione ha infatti evidenziato che sebbene si tratti di una comune espressione dialettale, in questa non è esclusa una forte aggressione linguistica.

Altra vicenda è quella di un politico che sul suo stile parlato ha creato un vero e proprio personaggio, odiato e amato dagli italiani. Molti ricordano il suo  ”Gli immigrati Fora di ball”, che oltre ad essere un utilizzo marcato e poco educato del dialetto del nord, dimostra una forte inciviltà verso popoli di altra cultura. L’elemento raccapricciante delle due vicende e dell’uso che viene fatto del dialetto, è come queste imbarazzanti performances linguistiche provengano da uomini che non appartengono certo a una classe sociale subalterna, bensì ad un pubblico di parlanti che potremmo definire “colti”. Questo elemento è fondamentale perché sottolinea un vistoso cambiamento di chi fa uso del linguaggio non standard e di quali forme vengono utilizzate dagli inusuali parlanti, certamente coscienti del loro atto linguistico e comunque in grado di padroneggiare la koinè.

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Epistola napoletana: dal napoletano di Boccaccio alla Napoli odierna

Sembra che nel Trecento, in un contesto di movimento linguistico forte sia per l’affinamento della lingua che in seguito sarà koinè degli italiani, ma anche per la lingua non standard, la quale rappresenta a quei tempi uno specchio al quale guardare. Durante questo periodo sono molti i toscani, soprattutto loro, ad osservare e studiare le variazioni linguistiche volgari appartenenti ad altri contesti culturali e geografici. Caso emblematico è quello di Giovanni Boccaccio e della sua Epistola napoletana, scritta, appunto, in lingua napoletana trecentesca, l’epistola di Boccaccio presenta una motivazione in toscano. Trasferitosi a Napoli l’autore del Decameron ha avuto la possibilità di avere un approccio diretto con la lingua napoletana, in seguito assimilata ed utilizzata per la succitata epistola, detta anche La Machinta.

Il testo presenta molte differenze con il dialetto partenopeo odierno. Va a tal proposito ricordato che se la lingua standard, in quanto idioma non solo parlato ma anche utilizzato nella forma scritta, è soggetta a cambiamenti graduali, ancora più elastico e informe è il dialetto, il quale essendo parlato e, salvo rarissime eccezioni trascritto, sfugge ai rigori di uno schema rigido. 

Il napoletano del Boccaccio, ieri, o meglio, nel Trecento, testimonia una parlata partenopea che, più o meno, suonava così!

Analizzando le parole riconoscibili, notiamo che alcuni sostantivi hanno subito cambiamenti di pronuncia, alcuni più vistosi di altri. Una panoramica superficiale di tali mutazioni di pronuncia delle parole, sono stati registrati anche nel portale di metropolitalia, dai giocatori che hanno scommesso su espressioni specifiche. 

Il ‘fratiello’ al quale Boccaccio rivolge la sua epistola, oggi in napoletano suonerebbe più ‘fratiè’, così ‘juorno’ perde la vocale finale ottenendo ‘juorn’. Il padre nel Trecento della corte Angioina, suonava ‘patino’ e non ‘pat’t’ come è solito ascoltare per le vie napoletane.

Di questi veloci mutamenti espressivi il dialetto di Napoli è uno dei più vivi esempi che non smette mai di offrire performances, siano esse trascritte nel napoletano di Boccaccio del Trecento, o  quelle di una storia parlata più recente.

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Dialetti in strada e stressati

«Iamme bello, ia’!» (Andiamo belli, su!) usa dire il napoletano dei tempi moderni, veloci e velocizzati, in cui occorre pigiare sull’acceleratore perché di tempo proprio non ce ne è più.

Ma ad ogni inquietudine dettata dal tram-tram della vita quotidiana corrisponde una reazione, non sempre amica. Può accadere di incappare, in strada, nella furia accecante di un romanaccio ‘de Roma’ che ci invita alla calma con un sublime “chetati!”, ma siamo davvero a Roma? “chetati” suona un po’ Chieti, lasciatemelo passare, un po’ toscano e quindi va pronunciato con “c” aspirata come si fa per “la Coca Cola con la cannuccia corta corta”.

Strade rumorose, piazze piene e marciapiedi impraticabili, la rabbia in dialetto esplode maggiormente quando si è fuori casa e a parlare la lingua della gente è il popolo dei dialetti. Scontri automobilistici, magari in pieno centro, oppure un’auto che impiega molto tempo per parcheggiare fermando il traffico, cosa si scolta in questi casi? Le imprecazioni più originali e violente, che colpiscono a suon di parole ma non di “mazzate” napoletane. «Mannaggia a Bubbà» sarebbe solo una carezza nel pieno delle violenze verbali nel traffico napoletano:

«E’ già da ‘n pezzo si che schiuma dalla rabbia

Vo’ fa’ le corna pure alla polizia

E li parcheggi so’ merce rara, pe’ trova’ ‘n posto tutti quanti fanno a gara» si canta a Roma…

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Premio metropolitalia

Cari lettori del blog e followers di metropolitalia,

dopo un anno dall’apertura di questo blog e un lungo periodo passato a giocare a metropolitalia, arrivano i primi riconoscimenti. Metropolitalia non è passata inosservata ed ha ricevuto una menzione importante all’interno di una premiazione che vede al podio progetti originali.

Qui http: il link della pagina Ars Electronica e della menzione speciale a metropolitalia.

Il concorso indetto da Ars Electronica ha visto partecipare numerosi progetti inerenti alle arti elettroniche aventi scopi di ingegno o comunque di rilevanza intellettuale e culturale.

In questo panorama di modernismo legato alle numerose offerte di internet e di innovazione a sfondo culturale, metropolitalia non è passata inosservata e ha vinto così una menzione che premia l’originalità e l’impegno che caratterizzano il progetto.

A tutti voi, grazie!

Team metropolitalia

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Il dialetto “scorretto” croce e delizia della lingua italiana

dialetto

Uno dei punti di forza dei dialetti italiani sta sicuramente nell’elemento figurativo che ogni parola apre all’immaginario del parlante. La parola storpiata del dialetto è simpatica proprio perché imperfetta e non regolare, non ha regole, non ne vuole formare alcuna, ed è libera. Questa libertà di espressione fa si che i dialetti siano delle vivaci monadi all’interno dello svariato mondo linguistico italiano. Le parole strizzano l’occhio al suo parlante, che può decidere di volta in volta di aggiungere, togliere e dare un diverso accento alle sue parole. Questo processo di libertà si esplicita in tutta la sua chiarezza quando i parlanti dei dialetti stendono nero su bianco, la loro lingua regionale. I diversi casi di storpiature legate al dialetto scritto sono così divertenti da essere divenuti un vero e proprio caso dei social networks, che in molti casi si fanno interpreti di questi avvenimenti linguistici. Il caso sopra riportato è quello di un capo cantiere che scrive: «Non passate di qua, andate al macciapiede accosto perche il cemendo si deve intostare! Grazie il capocandiere ». Esaminando la frase il primo allontanamento vigoroso dall’italiano standard che si nota è quello del sostantivo “marciapiede” che si trasforma in “macciapiede”, la consonante “r” scompare del tutto. La parola “accosto” starebbe, invece, a significare “accanto” mentre manca l’accento sul “perché” e la “t” si addolcisce in “d” nel sostantivo “cemendo” e “capocantiere”. Questo è solo un piccolissimo esempio dell’utilizzo del dialetto nella forma scritta, la cui libertà è suggellata dalla personale inventiva e capacità di rielaborare forme parlate in forme scritte.

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Se il cognome dice chi siamo, da dove veniamo: storia di un cambiamento.

Cognomi italiani. Fonte Wikipedia

Cari followers di metropolitalia, oggi con questo post vorrei segnalarvi un interessante articolo comparso sul portale Treccani, nel quale è possibile leggere una griglia specifica e dettagliata sui cambiamenti accorsi nell’Italia dei cognomi. Questo tema è stato qui già affrontato (metropolitalia articolo cognomi), ma vi propongo una lettura dell’ approfondimento offerto dalla Treccani perché molto interessante, non solo a fini linguistici. Quello che in questo articolo-ricerca emerge è uno scenario importante per l’Italia e i suoi parlanti per molti motivi: il primo riguarda una tendenza a ritrovare tra i gruppi di parlanti italiani cresciuti in Italia, la forte presenza, sempre più alta, di cognomi stranieri. A Milano, città con un alto tasso di cinesi sul territorio, i cognomi mostrano tale cambiamento sociale, anzi possiamo dire che i cognomi mostrano i cambiamenti del sostrato umano presente sul territorio milanese. 

Anche in questo caso il nord si mostra più aperto ad influssi stranieri, ma non solo. Data la sua natura orientata al settore secondario, il nord resta meta preferita di giovani da zone a settore terziario (agricolture) ma anche di ondate migratorie provenienti da altri territori aventi lingua e culture radicalmente differenti da quella italiana. Al contrario il sud resta conservativo anche nella situazione dei cognomi. Vivendo una situazione diametralmente opposta da quella del nord, il sud può paventare una tradizione dei cognomi che resiste bene ai cambi del tempo. Così il cognome Esposito resta uno dei più comuni a Napoli, mentre nel resto dello stivale da Roma in giù non si assistono a profondi sconvolgimenti in proposito.

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Magoni e tristezze imprecise e imprecisate

Fonte: Wikipedia

Fonte: Wikipedia

Si dice che a essere nostalgico é il dialetto stesso, con le sue forme passate, i ricordi ancorati ad una tradizione che non puó che essere passata e che sugella una storia tutta in itinere, in avanti peró. Nostalgico é il sentimento, appunto, del tempo che trascorre portando con sé ricordi di situazioni, persone, odori e speranze che non posso che restare vivide solo nella memoria di chi ha la mancanza.

Il termine nostalgia ha stranamente un diverso sviluppo a seconda della cultura, anche linguistica, dei diversi popoili. In italiano la nostalgia di casa, delle persone e del proprio ambiente naturale o anche fanciullesco, é appunto definita nostalgia, malinconia. In alcune lingue come quella tedesca, suddetto sentimento ha svariate traduzioni. Ve ne é una particolarmente interessante che riguarda un particolare stato di Sehnsucht chiamato Heimweh. Scomponendo la parola si ha il sostantivo casa, patria “Heim” e dolore, “weh”. In questo caso i tedeschi riescono a precisare un particolare stato dell´ animo correlato alla mancanza di casa, della propria terra, che manca del tutto nella lingua italiana. Si potrebbe avventare una strana ipotesi che riguarderebbe la mobilitá dei popoli del nord rispetto a quello dell´Italia, ma é davvero cosí? In altre lingua come il portoghese si assiste nuovamente ad una precisa ed altrettanto infinita traduzione semantica di un sentimento nostlgico, quello della saudade la cui traduzione precisa é inesistente dato l´interminabile contesto semantico che abbraccia. Saudade puó essere “saudade de casa” e in questo caso ci troviamo dinanzi a una versione molto vicina allo Heimweh del tedesco. In francese si suole invece dire “mal du pays”, letteralmente male di paese, anche in questo caso la lingua italiana sembra non aver avuto l´esigenza di dare vita ad un termine che indicasse la nostalgia di casa. In dialetto si usa parlare di magone, ma anche inquesto caso la traduzione é molto generica e non indica la particolare sofferenza perla lontananza da casa. Ma ecco levarsi la voce del poeta stanco e afflitto, che in lingua dialettale chiavennasca parla di un sentimento simile, aggrappandosi al suo dialetto sentito come caro e caldo appoggio contro una realtá avversa. Pubblichiamo qui alcuni versi del poeta nostalgico Giovanni Bertacchi:

Un momént de nostalgía

Quant Ciavena la se inòcia
sü, tra mèz ai sò montàgn,
cont quii sò gandón de ròcia
che stravaca in d’’i campàgn ;
quant da quest a quel paees
i se ciaman tüti i gees,

mi, úbandii de Lombardía
dal decrét del mè destín,
cerchi un pòst in tratoría,
cerchi l föoch d’un quai camín,
e stòo lí a guardà l pasaa
cont i öc imbambolaa

Çco; pròpi in ‘sto momént
sum chi, dent in d’ una stanza,
bèl al còlt, coi sentimént
tüt velaa de lontananza
Còsa gh’é ‘l che viif o möor
in l’ inverno del mè cöor ?

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La cucina che parla in dialetto: mozzarelle e “ciofeche”

Fonte: Wikipedia

Fonte: Wikipedia

Dialetto lingua delle strade, degli accenti rionali e di magiche espressioni che ogni lingua regionale conserva in nome della propria cultura. Nella cucina delle massaie in ogni dove abbondano ricette tipiche e con loro prendono vita i sapori e gli odori della lingua tradizionale. Nascono, giorno dopo giorno, tra i fornelli novità linguistiche conformi alla lingua del palato.

La declinazione della buona cucina del sud, tra le tante, conosce un sostantivo buono da mangiare: la mozzarella di bufala. Si chiama così per il particolare  atto del “mozzare”, con pollice ed indice, la buon pasta contenente latte di bufala, di qui nasce il sostantivo mozzarella.

Passiamo dal salato del sud al dolce della Mittelitalia, dove il cornetto regna sovrano soprattutto prima di tornare a casa dopo una uscita notturna. In questo caso chi lo offre si chiama cornettaro a Roma, ma non sappiamo se questo termine abbia una relazione con l’aggettivo “cornuto“, vittima di un tradimento. Sempre a Roma si usa dire “acciufecasse” per indicare l’atto del prendere il caffè dalla macchinetta. Dal verbo nasce la “ciufeca”, ossia “il caffè schifoso” che ogni italiano riconosce già dall’odore.

Insomma l’atto del parlare si coniuga nella patria dell’ arte culinaria a tavola tra mozzarelle e caffè, ma non ciofeche, per carità!

 

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Al primo Maggio

Fonte Wikipedia

Fonte Wikipedia

 

PRINCIPI FONDAMENTALI

Art. 1.

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Festa del primo Maggio oppure festa dei lavoratori, questa giornata è ricordata da tutti gli appartenenti alla classe dei cittadini che producono e muovono il Paese, come la festa del riposo a loro dedicata. In Italia è una ricorrenza molto amata, celebrata con un grande concerto, appunto il concertone del primo maggio, al quale prendono parte alcune delle band e degli artisti più in vista in Italia. Quest´anno questa giornata è però accompagnata anche da molte critiche e giuste considerazioni sul lavoro che si festeggia: quello in nero o quello che non c’è,  quello malpagato o quello mai pagato, quello rubato dallo Stato o quello aiutato dallo Stato. Il lavoro che uccide perché non a norma di legge ha purtroppo anche in questo giorno ricordato di essere una delle piaghe del sistema lavoro italiano.

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