Archivi del mese: aprile 2013

Metropolitalia: le nuove funzioni spiegate in un Tutorial!

Cari amici e followers di Metropolitalia, il gioco linguistico diventa sempre più chiaro e aggiornato. Grazie al vostro apporto di nuove espressioni, Metropolitalia è stata in grado di offrire altre novità nel gioco linguistico come “Poker parole” e molte altre sono le funzioni inserite nel gioco online. Il nostro contenitore sui regionalismi sta incrementandosi ogni giorno di più, grazie a scelte ad hoc sui luoghi delle espressioni da indovinare e all´aiuto che voi ci date giocando. Con questo video Tutorial la voce guida e le immagini guidate ci accompagneranno passo per passo nel gioco Metropolitalia e nelle novità che lo compongono. Oltre alla piattaforma “gioca mercato linguistico” è stata inserita l´opzione nuova “Poker parole”, perché quando il gioco si fa duro i duri iniziano a giocare!

Allora, buon video e buon gioco linguistico su: http://www.metropolitalia.org

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Contro la retorica del linguaggio politico: Grillo contro tutti

Fonte: Wikipedia

Fonte: Wikipedia

Non si può non parlare ancora del linguaggio politico degli ultimi giorni. L´occasione che ci riporta a questo particolare resoconto sulla lingua utilizzata dalla politica, ce la offre l´ultima puntata dell´infinita telenovela politica italiana degli ultimi giorni: la rielezione, sembra forzata, di Giorgio Napolitano. In un articolo apparso sul Corriere della sera si parla delle enunciazioni di Grillo rilasciate ai giornalisti. In questo articolo si evince il cambiamento linguistico forte in seno alle espressioni idiomatiche e agli aggettivi utilizzati, che segnano un cambiamento profondo sia nel linguaggio utilizzato dal giornalismo da carta stampata, che in quello dei politici contemporanei.

Grillo, i cui modi espressivi sono già stati analizzati in questo blog, continua a descrivere la situazione politica nella quale l´Italia versa e le sue scelte strategiche, mediante un linguaggio folto di neologismi e di prestiti dagli avvenimenti storici passati che lui richiama alla mente contestualizzandoli alla condizione attuale. Si parla di “golpe furbettino” ossia un´espressione che richiama alla mente un avvenimento storico-politico il “golpe”, italianizzato con l´aggiunta del diminutivo dell´aggettivo furbo, ossia “furbettino” ed ecco che i segni di una storia che non può che tornare in veste differente viene ad assumere connotazione di costume chiaramente italiano, da “furbettini” appunto.

Un´espressione “grillina” ad hoc è “iperdemocrazia” (la quale compare due volte nell´articolo: una volta scritta tutto attaccato e un´altra staccato: iper democrazia), un “iper” che trasuda tutta l´intenzione da parte di Grillo di voler superare il significato usuale di democrazia, sostantivo oramai avente un´accezione negativa nella percezione odierna.

Altra espressione interessante espressa da Grillo è quella che lui grida più avanti: «Voglio una piccola dittatura soft di due anni». “Dittatura” è un sostantivo forte al quale Grillo affianca il più dolce e tranquillizzante aggettivo “piccola” e “soft”, quest´ultimo preso a prestito dall´inglese. Il linguaggio di Grillo sembra essere ricco di ossimori espressivi, come nella frase in cui il termine forte “dittatura” è accompagnato da aggettivi calmanti (“piccola” e “soft”).  Si ha un effetto linguistico “sfumato”, perché se da una parte l´espressione è verbalmente violenta (“dittatura”), dall´altra fanno da contraltare parole “balsamo” che hanno la funzione di riportare il discorso ad una dimensione non estrema, non parossistica nel suo eccesso.

Va notato come il linguaggio di Grillo, apparentemente fuori da ogni regola di buon senso nella strategia comunicativa, si pone gli antipodi di quel linguaggio formalmente pulito e politically correct che invece contraddistingue quello degli esponenti politici a lui avversi. Bisognerebbe allora riflettere sull´effetto che frasi ponderate e non eccessive dal contenuto ridondante e retorico hanno sul giudizio di chi le ascolta e quanto, invece, la realtà dello stato italiano allo sfascio non possa che passare attraverso un stile sui generis, basato su una aggressività che in realtà risalta un contenuto che meglio si sposa alla veridicità dei tempi che corrono. Intendo qui porre l´accento su una trasformazione della lingua e come questa venga oggi percepita. Sembra che il tradizionale parlare “corretto” dei politici abbia portato allo scadimento dell´espressione pulita ed elegante, perché questo modo di parlare rimanda direttamente ad una classe politica che oggi viene avvertita come la più bieca minaccia alla giustizia. Al contrario, il linguaggio parlato di Grillo, così scorretto e inelegante, è la voce di quella parte di popolo che preferisce gridare e parlare scorretto, se questo significa tornare alla purezza dei costumi.

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La lingua in technicolor: i cromonimi

Rosso, giallo, verde e tanti altri colori possono designare non solo i colori caldi e freddi della natura o di un arcobaleno. Un interessante articolo apparso sul sito della Treccani scritto da Silverio Novelli, offre un compendio esaustivo di tutti gli usi dei colori nella lingua italiana per usi simbolici.

Quando la lingua fa un uso siffatto dei nomi dei colori questi vengono definiti in linguistica cromonimi, ecco alcuni esempi tratti dall´articolo succitato.

La profonda depressione, mista ad increscioso e inattaccabile sistema non regolare, ha sviluppato nuovi modi di gestire il denaro che in gergo utilizza il nome del colore “oro”. Questo è il caso, ad esempio, degli stipendi d´oro dei politici, da tempo criticati da quegli italiani indignati per l´eccessivo esborso remunerativo a favore della classe politica. Si dice “avere uno stipendio d´oro”, “buonuscite d´oro” e “pensioni d´oro”, frasi con un cromonimo che indubbiamente ricorre per pochi fortunati “d´oro”.

Il lavoro ai tempi dello spread ha impoverito il sistema regolamentare e la protezione dei diritti dei lavoratori, riducendo anche il compenso di molte classi di dipendenti e non. Il cromonimo nero è il colore simbolo della notte più profonda, della mancanza di luce e dunque di una situazione di stallo negativo che ben si sposa con il clima di incertezza che aleggia in tutta Italia: si lavora “a nero”, si paga “in nero” e si “affitta in nero”, delizia per i pescicani dell´economia fai da te e la croce del lavoratore senza scelta, brancolante nel “nero” seppia di un´economia che si regola da sola.

Il nero è anche il colore che getta ombre maledette sui giorni della settimana, se la borsa non si tinge “d´oro”. Quando la borsa di Wall street crollò si è parlato del giovedì nero della finanza.

Bisogna notare che l´utilizzo dei cromonimi è stato sempre usato ma che in coincidenza con la grande depressione economica alla quale stiamo assistendo, il loro utilizzo si è rinvigorito sempre più ampliandosi nell´uso giornalistico, economico e nel linguaggio comune in generale.

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Dici gatto ed é nel sacco ubriaco

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Ich habe vom Feiern einen mächtigen Kater! Avere un “gatto” per aver festeggiato – troppo – ! Di che gatto si tratta? Kater, gatto di genere maschile, è un gatto molto particolare: non miagola, non fa le fusa e non perde il pelo. “Avere un gatto” teutonico è una espressione tipica in Germania per descrivere uno stato di scombussolamento fisico e/o mentale a causa di una sbornia. Molto interessante è a mio avviso, la similitudine con un altro “gatto ubriaco”, questa volta nostrano che abita le terre del nord Italia. In Emilia Romagna “avere la gatta” significa, appunto, essere reduci da un Hangover. Il genere felino cambia, peró, da gatto a gatta, insomma in Italia le sbornie felici e i suoi effetti collaterali appartengono all´Eden di Eva, mentre in Germania sono per lo più cose da uomo. La “gata” romagnola è un regionalismo, dunque, che rievoca un´espressione molto in uso anche nelle zone al di lá delle Alpi.

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Cognomi ingiusti e ingiustizie dialettali

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A chi figlie, e a chi figliastre! parole di fuoco quelle che i detti dialettali presentano in diverse versioni. In questo caso a tuonare è il j´accuse dal sud Italia, o per essere più precisi, da zone che potremmo identificare con il napoletano. Il detto si spinge però anche più al sud, differenziandosi nell´accento e nell´uso di alcune parole. Vediamo ora cosa significa però questo detto.

Le “figlie” sono appunto quelle che hanno un´appartenenza legale e riconosciuta alla famiglia di appartenenza, le figliastre, quasi a mo’ di dispregiativo, sono “figlie” non riconosciute, perché nate da relazioni extraconiugali e simili. A tal proposito si può qui svelare un´altra affinità tutta napoletana di storie familiari complesse le cui vicende trovano un riscontro nei cognomi. È il caso del cognome Esposito, che a Napoli non è solo uno dei più comuni, bensì è un cognome che nella sua brevità reca in sé una tradizione storica tipica della cultura napoletana. In tempi passati a tutti i bambini senza una famiglia e accolti in comunità, quelle che oggi noi chiameremmo “case famiglie”, veniva conferito il cognome Esposito. Questo cognome fungeva da segno di riconoscimento immediato della vicenda personale dell´individuo che lo portava.

Il cognome riprende il participio passato del verbo “esporre”, ossia “esposto” come tutti i trovatelli napoletani ingiustamente né “figli”e né “figliastri”.

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Siciliano per Anfänger

Lektion Nummer 1. Imparare i giorni della settimana, i nomi dei mesi e i numeri in siciliano dall´ “alemannu”, dal tedesco appunto.  Impresa apparentemente ardua ma estremamente interessante tanto quanto il sito sulla lingua dialettale siciliana composto da “ultimi nutizi, cursu di sicilianu, paggina principali” e altre finestre sulla cultura siciliano a tutto tondo.  Nasce oltre a ció anche il primo Tg in lingua siciliana, con notizie dal mondo, avvenimenti interni e curiositá, il tutto presentato in lingua siciliana pura:

La finestra sui proverbi dialettali, poi, è un vero spazio aperto verso la verità della cultura tramandata antica, quella dei nonni e degli avi, per intenderci, le cui parole tuonano tra le indecisioni quotidiane con un realismo accecante sempre pieno di consigli che non potranno mai tramontare. Riportiamone qui di seguito qualche esempio:

A bona mugghéri fa ‘u bonu maritu ossia moglie buona fa buon marito.

A troppa cunfirènza finìsci a malacriànza! A dare troppa confidenza si finisce con lo scadere nella maleducazione!

A vita pìgghiala comu vèni! Prendi la vita come viene!

Aiùtati chi Diu t’aiùta! Aiutati che Dio ti aiuta!

 

 

 

 

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Pupazzi all´estero!

Nonna Maria, donna del profondo sud, vive lontana dall´Italia esattamente in Canada. Alle prese con la spesa in terra straniera nonna Maria non ha rinunciato a parlare la sua lingua, anche se all´occorrenza sa difendersi in francese. Toccando i vari cibi per testarne la freschezza e la qualitá, viene piú volta ripresa dai commessi, ai quali prontamente nonna Maria risponde con “ijj?!”, “schkusa, schkusa”, mentre alla cassa chiede tempo per contare le monete con “ashpé, ashpé”.

Anche Pasquale e Rosina hanno trovato fortuna in Canada. Arrivati in terra straniera per fare fortuna la coppia parla un calabrese misto a dei vocaboli storpiati inglesi: manicure viene storpiato con forte accento calabrese in “manicure”, pedicure “pericure” e “ppé ri capiddi” per intendere “andare dal parrucchiere”.

Altra storpiatura particolarmente divertente riguarda i cibi tipici del fast food: “hamburgo” sta per hamburg, “aut doggi” per hot dog, “frencky fries” per french fries. La nuora di Rosina viene definita dalla calabrese “na crappa” ossia una capra e dopo una serie di infamanti accuse Rosina stanca delle “bulli shitt” (storpiatura del termine inglese Bullshit) offre “na surpessata rui pommeddori e pane “frisku frisku”.

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La “cadrega” antiterrun

A nulla è servito al povero Dracula venuto dal sud qualificarsi con cognomi altisonanti di origine settentrionale Brambilla-Fumagalli. Alla furia dei due nordisti non si sfugge e da subito Dracula non sembra convincere i due. Scatta così il controllo della veridicità sulla provenienza del Dracula sui generis, una sorta di test sulla DOP (garanzia di origine e provenienza) dal quale solo i veri abitanti del nord escono vivi, il gioco della “cadrega”. La “cadrega” è un sostantivo del tutto sconosciuto agli abitanti delle zone del Sud, non è un caso, infatti che Dracula crede che la “cadrega” sia la mela.

Il termine viene così riportato in lingua milanese in Wikipedia: La cadrega, ciamada anca segia (scagna in Lumbàrt Orientàl) a l’è on element de arredament doperaa de settàss giò, generalment costituii de on pian orizontal ch’el poeuggia su quatter gamb e da on pian vertical per poggià la s’cèna. I materiai pussée doperaa per fabbricà i cadregh hinn: legn, plastica, ferr, ma anca l’alumini e l’azzal.

La parola prende origine dall´alterazione volgare di “cattedra”, (dal greco KATHÈDRA), e viene oggi utilizzata, appunto, nelle zone settentrionali dello stivale. La gag di Aldo, Giovanni e Giacomo esprime con ilarità e leggerezza uno spaccato linguistico ma altresì  identità culturali molto differenti, di cui la lingua si fa portavoce. Dire “cadrega” significa sottolineare una provenienza regionale e culturale ben definita, della quale pochissimi abitanti del sud conosceranno il significato.

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La lingua ´re [del]l´anima

Massimo Troisi. Fonte Wikipedia

Massimo Troisi. Fonte Wikipedia

«…Io penso in napoletano, sogno in napoletano…» e ha vissuto in napoletano l´attore Massimo Troisi che durante un´ intervista pronuncia poche parole sul rapporto personale e stretto che da sempre ha caratterizzato l´esistenza artistica e privata dell´artista. Vivere della lingua come atto mentale profondo e articolato, talmente innato da divenire un semplice e unico connubio capace di dare una consistenza propria e originale alla persona, alla sua individualità, come nel caso di Troisi.

Per quanto riguarda, poi, la lingua di Napoli, il discorso appare essere ancore più complesso. Come ogni variazione dell´Italiano standard, ance il napoletano è la lingua del suo posto, dà voce ai colori della sua strada e identifica il suo popolo: ingenuo, testardo, umiliato, umano, caloroso e avvolgente, profumato come la biancheria stesa tra i vicoli partenopei, una perpetua poesia religiosa in Chiese rovinate, antica, saggia. La lingua come la sua cultura, come il popolo sta alla sua lingua.

Enzo Fischetti ci accompagna, seppur brevemente, nei tortuosi vicoli linguistici partenopei conferendo alla lingua napoletano chiare caratteristiche, fino a riconoscere nel sistema linguistico l´identità del napoletano doc, che parla appunto cosí:

Ci sono le parole ripetute due volte come lentamente chian chian, adagio cuonc cuonc, completamente san san, meticolosamente pil pil, disteso luong luong, disteso rigidamente tisic tisic, all´ultimo momento ‘ngann ‘ngann, di nascosto aumm aumm. Aumm aumm ricorda anche la canzone di una nota artista napoletana Teresa De Sio che porta in tutta Italia la napoletanità che la sua presenza riesce a esprimere san san (completamente).

Per gli avverbi di tempo basta ripeterli due volte e di colpo si enfatizza la vicininza temporale che si vuole esprimere: mo´mo´ cioè proprio or ora, mentre mo´ è solamente ora.

Allora mo´mo´ aumm aumm luong luong ´rinda a chist liett proviamo a chiudere gli occhi e a “sognare in napoletano, pensare in napoletano…”.

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Pinocchio in tutte le lingue di Italia

Pinocchio

Pinocchio il burattino nato dall´estro di mastro Geppetto e divenuto poi umano, è di sicuro il precoce bambino che incamminandosi verso scuola si lascia incantare dalle promesse facili del gatto e la volpe e marina la scuola.

Collodi, Carlo Lorenzini il suo vero nome, è il padre delle avventure di Pinocchio, il piccolo bricconcello che incarna la figura del ragazzino che alla scuola preferisce credere alle favole dei due mascalzoni di strada. Pinocchio marina, così, la scuola. Marinare la scuola significa appunto “non andare a scuola ingiustificatamente”. Un´esperienza mal giudicata dagli adulti che avvince, invece, i ragazzi più giovani intenzionati a sentire il brivido della marinata scolastica. Dal nord al sud marinare la scuola è un gesto avente caratteristiche identiche, tranne che per l´espressione dialettale che lo esprime.

In Piemonte si suole dire “bucare, tagliare” la scuola, come se si provocasse un taglio netto ad una quotidianità scandita dalla naturale routine del ragazzino abituato a tenere stretto in un insieme la giornata mediante l´atto consolidato del recarsi a scuola.

In Lombardia o in Veneto si suole “bigiare” o “bruciare” la scuola, mentre in Friuli Venezia Giulia si fa “lippe”. In Emilia Romagna Pinocchio avrebbe fatto un “fughino” ossia una piccola fuga che in Toscana diventa una “forca”. In Molise e in Campania si fa “filone” mentre Pinocchio in Umbria avrebbe fatto “salina”. In Sardegna, complice l´aria di mare e la posizione geografica, si fa “vela”, come se il Pinocchio sardo fosse in procinto di scomparire tra le acque a bordo di un veliero per poi tornare per ora di pranzo.

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