Archivi del mese: febbraio 2013

Il turco che raccontó l´Italia in Germania

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Di Solino, film di successo culturale del 2002, colpisce la trama e il regista. Il padre del film su una famiglia italiana emigrata nel cuore della Ruhr tedesca, è di fatti figlio dell´immigrazione turca e il suo nome ne è la prova tangibile: Fatih Akin. Nato ad Amburgo e figlio di immigrati turchi, è un regista di respiro internazionale che è riuscito a raccontare con efficacia e realismo la fitta matassa di sentimenti, problemi, limiti e aspettative di un intreccio culturale e familiare nato negli ´60. Un turco che racconta l´emigrazione italiana, o meglio del sud Italia, verso la Germania miracolo economico e sociale, è un caso raro e insolito.

In questo film, difficile da scovare in lingua italiana, ne esistono diverse versioni in lingua mista, francese, tedesca o italiana. Resta un punto di vista che parla una sola lingua, quella di Akin che è riuscito a riassumere un fenomeno culturale che ha trasformato i lineamenti di due nazioni (la Germania e l´Italia), sottolineando l´importanza quasi spasmodica della appartenenza culturale che è anche di natura linguistica. Il film è infatti anche un processo a ritroso nell´io, in cui il padre e uno dei fratelli restando in Germania abdicano alla loro natura squisitamente italiana per conformarsi ad un modello culturale, quello tedesco, che se in parte ha dato loro soddisfazioni e prestigio, d´altra parte non riesce a colmare il vuoto dell´Italia abbandonata. Come contraltare la madre e l´altro fratello sono le figure che, trascorso il periodo tedesco, ritornano all´amata patria, come ritorno ad una appartenenza interiore impossibile da spezzare.

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Le elezioni 2013: tiriamo le somme…

Dici elezioni politiche 2013 e saltano fuori dal cilindro innumerevoli sorprese e giocolieri. Prima di tutto le considerazioni linguistiche sono qui un prosieguo dei tanti post giá pubblicati sulla lingua dei politici italiani, di cui si potrebbe scrivere un libro fitto piú della Bibbia. (articoli Metropolitalia politica)

I segmenti politici degli schieramenti sinistra-centro-destra (e dietrofront) della defunta, ahimé,  Seconda Repubblica sono stati: Bersani, Grillo, Monti e Berlusconi, il resto è solo un lontano ricordo dal nome Fini-Casini-Ingroia. Adieu. Come hanno parlato questi squisiti uomini di classe e di politica? Detto fatto, ora le elezioni le facciamo noi.

Partiamo dall´erede del “mortadellone” Prodi, ossia Bersani la tigre che non morde, il cane che non abbaia né scodinzola, semmai un gattone sornione attento a non miagolare troppo:

Sguardo perso, parole oramai al limite della credibilità, mentre le pronuncia sembra che lui stesso non creda a quel che sta dicendo. Forse stanco di ripetere sempre gli stessi propositi in forma di legge, Bersani non convince. Al confronto con gli altri candidati perde il confronto soprattutto se si considera che il popolo italiano difficilmente si lascia entusiasmare dalla compostezza di impronta merkeliana.

Beppe Grillo, il Grillo che tutto sa e che ha realizzato una campagna elettorale sul filo della rete. Bravo, un po’ volgare osceno ma vero, urla, grida e quasi si ha paura che gli venga un coccolone quando fa i suoi show in giro per l´Italia. Rappresenta la fetta di una Italia stanca, quella gente di borgo e periferia che però si informa, è in rete e non nel tubo catodico. Grillo salta come un grillo e l´Italia lo premia.

Poi c’è lui, Berlusconi: “mi consenta” dice il Cavaliere e incita le donne a sorriderlo come le sue veline e letterine che sgambettano nella sue reti Mediaset.

Al pari del mondo che ha creato, Berlusca usa un linguaggio finto pulito ed elegante che in sostanza nasconde squallidi siparietti comici, di solito sempre contro le donne, e bugie che nasconde dietro un beffardo sorriso.

Lui è l´italiano a cui l´italiano aspira. Macho fuori, marcio nel linguaggio che utilizza a suo piacimento, resta peró l´unico arzillo dello squadrone politico, l´unico ad affascinare e ad ammaliare.

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Al mercato delle voci

Un modo efficace per comprendere i dialetti delle differenti realtà regionali italiane è senza dubbio quello di vivere la realtà delle piazze, degli spazi aperti. E’ qui che la lingua passa da koinè alla sua essenza più pura, con parole ed espressioni proibite nell´utilizzo della lingua standard. Ad offrire un vasto e ampio esempi di lingua regionale sono i mercati o, in generali, spazi aperti in cui i venditori improvvisano dei veri e propri show commerciali in dialetto. In Sicilia vi è la tradizione “ru’ sfinciunu” per mezzo di un´ape che passa tra i borghi e le viuzze del paese. Lo sfincione, piatto tipico di Palermo, è una pasta morbida tanto che si usa dire in questi posti il detto “e’ muoddu comu na sfincia” (è molle come una sfincia).

Altra caratteristica linguistica dei venditori impegnati sulla spiaggia, è la classica vendita del cocco che viene accompagnata dalla famigerata frase: “jamm ka noce re´cocc, ke bello cokk”. Questa presenta diverse varianti a seconda della spiaggia frequentata, ma la frase sopracitata resta la più amata e da tutti la più nota.

Altro mercato ad offrire molti spunti linguistici è quello aperto dove è possibile trovare ogni genere di primizia. A Catania il venditore incita all´acquista gridando “pigghia pigghia” che, non solo nel dialetto del luogo, significa “prendi prendi”.

E in ultimo la figura commerciale itinerante per eccellenza “l´arrotino”, l´esperto di cucine a gas, delle riparazioni più piccole e affinatore di lame da coltello. In giro sulla sua bicicletta, oggi il moderno arrotino gir in macchina o in un´ape e si annuncia con la classica frase “Gente, è arrivato l´arrotino!”.

 

 

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Coca cola e Padrino

Enrico Brignano, volto noto della comicità italiana, ha sempre prestato molta attenzione alle sfaccettature degli italiani accentuandone le caratteristiche meno note fino agli stereotipi universalmente riconosciuti. In questa performance, Brignano cambia diverse facce e diverse lingue, ripercorrendo in un viaggio tutto italiano lo stivale linguistico dal nord fino al profondo sud. Se al nord “il dialetto si schiazza”, verso Bologna regna “il tortellino”, passando per la Toscana dove la consonante della “coca cola” ha i tratti tipici della pronunzia della regione.

Arrivati al centro sud la voce di Brignano si fa più dura e la melodia più marcata. Siamo al sud: “vien a’ kka’”, “piccioli e “rispetto” siciliano, che ricalca l´immaginario di una terra da Padrino, ove si chiede se “si canta alla polizia”, se qualcuno, cioè, ha testimoniato alla polizia.

Questo viaggio dalla schiacciatina alla coca cola, fino al padrino emigrato in America, indica, mediante la flessione linguistica, la flessione culturale italiana.

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“Mappina” io o lo straccio?

Alla domanda che compare nelle espressioni di Metropolitalia: «Mi passi la mappina?» si potrebbe essere assaliti da un dubbio sul duplice significato della parola “mappina”. Se si effettua una breve ricerca sul significato e l´origine regionale del termine da parte dei parlanti e utenti della rete, si scopre che la maggior parte si loro sono concordi a riconoscere alla “mappina” una origine partenopea, ad eccezione di alcuni utenti che collegano la parola alla regione Puglia. La spiegazione di una ragazza di Napoli sul termine è la seguente: (link)

«Viene da spugnetta da cucina usata talmente tanto che è logora. Ha vari significati: 1- non esser bravo a fare nulla. Es: “sei una mappina!”= non sei buono. 2- essere stanchi (“sto una mappina”). 3- stronzo (“sei una mappina”)» Proposta da Floriana, 20 anni, Napoli.

A questa spiegazione molto colorita di Floriana, si aggiunge quella di Kikko, 21 anni da Asti, per il quale la “mappina”: «è schiaffo, pugno, colpo al volto. Termine mutuato dal pugliese».

In un altro contenitore online (link), la parola non sembra apparire chiara a molti. Una ragazza scrive di non conoscere la parola perché veneta, mentre per gli abitanti del sud la parola appare più che chiara. Scopriamo ora l´origine del termine “mappina” e il diverso utilizzo e significato linguistico.

“Mappina” è un termine che sembra appartenga anche alla lingua siciliana (wiktionary). Deriva dal latino “mappa” e significa proprio “strofinaccio”, “straccio”, “piccolo tovagliolo”. Questo straccio, però, diventa “mappina” anche nella lingua non standard del sud, ove la “mappina” indica non solo un panno, uno strofinaccio ma viene usato anche in senso figurato per indicare una persona ridotta come uno straccio, un buono a nulla, una persona sporca. In questo ultimo commento emerge in tutta la sua chiarezza come il termine sia utilizzato in senso spregiativo per indicare le “mappine” della politica italiana. E viene da chiedersi se la “mappina” non debba offendersi…

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Lingua a tavola

Questo è un piccolo siparietto registrato da alcuni veneti che presentano la preparazione di un piatto tipico di quella zona: il fegato alla veneziana. Dopo l´ondata di successo di molte trasmissioni a sfondo culinario come “La prova del cuoco” e alcuni format di successo come “Masterchef”, sulla rete impazzano video di dilettanti che reinterpretano la televisione italiana in lingua non più standard. Si nota, da subito, un forte accento veneto e per i non abitanti delle zone alte dello stivale, risulta quasi incomprensibile il senso delle frasi. In questo video sia i giovani del video che il personaggio più anziano, fanno uso di parole tipiche del luogo che vengono accentate dalla tipica pronuncia. Il fegato alla veneziana è un piatto a base di «vaca» dice il cuoco che poi continua con la traduzione in italiano, appunto mucca.

In quest´altro video, invece, si prende ad esempio una puntata della “prova del cuoco”, forse uno dei programmi di cucina più seguiti in Italia. Nella fattispecie si parla in questa puntata della preparazione della pizza, un piatto che ricorda la tradizione partenopea. Fatto sorprendente e inaspettato è che a presentare questa bontà è un cuoco, che al di là della provenienza di origine, parla un italiano impeccabile, come le conduttrici che lo affiancano. Viene addirittura menzionato “Vogue” di America che sembra avere lodato lo chef per la sua creazione a base di lievito e farina. In questi due video si scopre come la televisione, spesso, utilizzi una koinè sebbene si stia parlando di piatti tipici regionali, in cui la presenza di un esponente della zona apporterebbe un sano accento non solo culinario e artistico ma anche linguistico. La televisione di Stato, quella seguita dagli italiani tutti, non sempre, dunque, favorisce l´aspetto linguistico genuino.

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Il dialetto trascritto

Trascrizione fonetica divertente ed istruttiva, con una voce che ci guida alla corretta pronuncia delle parole in dialetto meridionale. Sulla trascrizione fonetica dei dialetti vi sono molti limiti, in quanto in ogni dialetto le parole sono soggette a cambi veloci e sostanziali delle stesse. In questo esempio delle parole trascritte e pronunciate, resta una efficace prova di una tradizione orale, che può, così, attestare il mutamento della lingua nel tempo e le maggiori influenze che su questa hanno agito. Il discorso inerente alla trascrizione dei dialetti è un problema che oggi in Italia dovrebbe essere posto al centro di più studi. È un comune pensare oggi in Italia ai dialetti come sole varietà della lingua parlata che in passato non hanno mai conosciuto una tradizione scritta. Eppure va ricordato che le prime testimonianze scritte della lingua che ha gettato le basi per l´italiano standard, sono state quelle degli antichi dialetti come le Liriche della scuola siciliana del Duecento. Queste però non possono essere oggi a ragione definite veri e propri dialetti, perché ancora non esisteva una comune lingua standard. Sarà a partire da alcune tesi di Pietro Bembo che verranno gettate le basi di una lingua nazionale comune e standard, dando vita così alla distinzione con le sue flessioni e varianti regionali, i dialetti.

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Il “Politichese”: neologismi di una cultura

Il video che il programma Rai La storia siamo noi oggi propone, è un viaggio interessante nei meandri dei neologismi italiani sorti in concomitanza con una situazione culturale ad hoc che contraddistingue un fenomeno linguistico tutto italiano. Il dato che va da subito rilevato è quello della percezione spregiativa di tale fenomeno linguistico, da subito sottolineato in apertura del video. Ecco che i nuovi termini entrati in uso nella lingua italiana si fondono e confondono con la storia di una politica che non avendo piú nulla da dire, colma il vuoto con delle nuove parole. In apertura vengono elencate prime parole del politichese, come “governissimo”, “inciucione”, “ribaltone”, “cerchiobottista” e “doppiopesista”. I «messaggi trasversali» dei politici non sono più espressione del politico che parla al suo popolo, ma, al contrario, un modo di lasciarlo al vuoto, o all´incomprensione, di termini da loro stessi coniati. È incredibile quanto una classe politica allo sbando abbia non solo segnato le vicende politiche e sociali dell´Italia dell´ultimo trentennio, bensí come abbia letteralmente forgiato un vocabolario nuovo, ridefinendo la lingua italiana. Questa viene definita la “chiacchiera della politica”, la cui nascita coincide con l´avvento della koinè. Trattasi di “messaggio cifrato” e “decifrato”, spiega Stefano Bartezzaghi giornalista e scrittore, un messaggio che non può essere compreso dai non addetti ai lavori. Giuseppe Antonelli, linguista, prosegue ponendo l´accento sulla distinzione dei due gerghi linguistici usati nella prima e nella seconda Repubblica, tra il politichese e il gentese, quest´ultimo usato durante la seconda Repubblica. Particolarmente rilevante è l´uso che il politico fa di alcuni tratti fondamentali del linguaggio comune, quello da strada, per suscitare nel possibile elettore una simpatia nel senso lato del termine, ossia come affezione e sentimento conseguente l´attrazione vero l´altro.

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Togli la carne, è Carnevale!

Tempo di carnevale, tempo che precede la quaresima. La parola carnevale, infatti, riprende la locuzione “carne-levare” e indica quel periodo di digiuno da carne che precede la Pasqua.  È il tempo delle maschere, degli scherzi e della festa in cui tutti indossano maschere. Vi sono alcune espressioni riferite al carnevale che ne sottolineano il tema festoso e che vengono utilizzate in contesti precisi. Si usa dire, ad esempio, “far carnevale” per indicare una Stimmung spensierata e allegra, mentre in accezione negativa dire “fare una carnevalata” figura una azione poco seria, dai toni eccessivi. Il carnevale porta con sé una tradizione antica che risale ai saturnali romani, con lo scopo di mettere in scena mascherate atte a purificare l´anno nuovo dai mali del passato. È noto come durante il carnevale si appicchi il fuoco allo spauracchio per liberarsi dalle insidie e le difficoltà del passato. Alla maschera di carnevale con il tempo si sono affiancate maschere tipiche di zone regionali che hanno dato al carnevale una nota distintiva delle varietà regionali. Così Pulcinella è la maschera napoletana, Pantalone è di Venezia, Brighella di Bergamo e Colombina di Siena.

Ognuno di loro rappresenta un vizio dell´uomo ed è solo a carnevale che di questi vizi si fa apertamente una virtù.

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Elezioni politiche, punizioni linguistiche

Tempo di battaglie per le prossime elezioni in Italia e questo è forse uno dei periodi piú proficui per notare quanta immensa sia la fantasia del popolo italiano. Non solo promesse e speranze accentuate da cartelli pubblicitari e réclame di ogni dire, ma anche gli elettori di una Italia stanca dalla mille promesse stanno prendendo la loro rivincita a riguardo, legge del contrappasso se di scherzi punisci di scherzi perisci. Così, i protagonisti della campagna elettorale in corso che vede in campo forze non nuovissime come il reduce dalla defunta seconda Repubblica Berlusconi, Bersani e la new entry filomerkel, per nulla nuova però, Monti, si battono a suon di parole. Ma questa volta gli elettori, forse stanchi delle parole e dei soldi giá spesi in passato, hanno avuto una reazione al contrappasso, appunto, utilizzando loro stessi le parole dei politici per alimentare una satira che sta avendo molto successo sui social networks. Ormai è famigerata la fama di millantatore di Berlusconi, il quale, in un impeto di chiaro eccesso, ha promesso sconti su loculi e restituzione di tasse. Il popolo del web non ha perdonato e ha subito iniziato una saga in cui il cavaliere è ripreso in fermo immagine mentre una serie di promesse gli aleggiano sul capo: “Restituirò le mollette cadute” o ancora, “Restituirò tutti i Pietro che non sono tornati indietro”. Esilarante. Poi il post: “Restituirò le chiancarelle a Salerno” e il dubbio ci assale. Le “chiancarelle”? E cosa sono? Sembra che le “chiancarelle” siano delle lastre di tufo note per il loro utilizzo nella costruzione dei Trulli, in passato usate anche nella costruzione degli edifici nel salernitano, provincia della Campania. In realtà sembra vi sia una differenza tra “chianca” e “chiancarella”, ove la seconda è più sottile della prima che viene usata per la pavimentazione dei trulli di Alberobello così come le “chiancarelle” delle volte coniche. Esiste però anche una esclamazione nel napoletano che suona così:  A Sott p’’e chiancarelle! Questa esclamazione significa: attenti alla caduta dei panconcelli, e si usa per indicare un avvenimento pericoloso, gravoso ed è sinonimo di Perbacco! Questa esclamazione viene ripresa dal gergo degli operai che durante la demolizione di vecchie costruzioni solevano richiamare l´attenzione mediante questo grido di avvertimento.

La “chiancarella”, dunque, non sembra richiamare nulla di buono e se Berlusconi le vuole restituire, a mo’ di gioco, agli elettori sembra già essere un grido di avvertimento come quello lanciato nell´originario uso del termine… si salvi chi puó!

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