Archivi del mese: gennaio 2013

Se i morti ci parlano: il “contranomme”

A metà tra l´urlo di Munch e un riso che deve trattenersi, questa la reazione di chi, girando per i vicoli napoletani, si imbatte in manifesti funebri. La morte, si sa, non è niente di allegro, ma dopo i primi secondi di tristezza a Napoli scoppia subito una risata, trattenuta ovviamente! Questo perché la ridente cittá partenopea non perde occasione di mostrare la sua genuinità linguistica neanche dinanzi alla morte.

Cerchiamo di capire di cosa si tratta. Quello dei nomignoli o soprannomi, è una peculiaritá molto comune a Napoli, ma non solo in questa cittá, e sovente i nomi caricaturali accompagnano chi li definisce fino alla sua scomparsa. Il soprannome è una sorta di secondo cognome e riprende una caratteristica fisica, caratteriale o familiare particolarmente evidente della persona. Così a Napoli trai tanti “Esposito Antonio” si puó essere precisi specificando la persona mediante il nomignolo come “u´ross”, “o´pivello” e tanti altri. Questi soprannomi sono meglio conosciuti nel dialetto napoletano come “contranomme”.

Qui una breve carrellata dei soprannomi più fantasiosi, stampati su alcuni manifesti funebri di Napoli:

detto: o´cinese, forse per una somiglianza con i lineamenti orientali?

o´fuosso, o´pirata. Poi ancora: o´ pizzaiuolo cosí come o´scarparo quasi sicuramente cosí chiamati per via del loro lavoro. Non ci sono spiegazioni per o´riavurillo, che potrebbe essere stata una persona “diabolica”.

Probabile, invece, che la povera defunta detta a´zitella, sebbene poi “ammaritatasi”, abbia trascorso parte della sua giovinezza in solitudine. Di Totonno o´suldato non si può invece risalire ad alcuna origine del soprannome e non è il caso di scomodare il morto “Totonno” che dorme…

Pubblicato in MetropolItalia | Lascia un commento

“Butei” moderni

Garzoncello scherzoso,
cotesta età fiorita
è come un giorno d’allegrezza pieno,
giorno chiaro, sereno,
che precorre alla festa di tua vita.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
stagion lieta è cotesta.
Altro dirti non vo’; ma la tua festa
ch’anco tardi a venir non ti sia grave.

Così scriveva Giacomo Leopardi, intuendo con gran tristezza che il tempo dei grandi è scandito da una velocità e da un sentimento ben diverso da quello del fanciullo. È una delle età più belle, quelle del fanciullino, ove è possibile godere con purezza e autenticità il mondo circostante. Ne Il sabato del villaggio questo futuro adulto è chiamato ora “garzoncello” poi “fanciullo” ma entrambi i sostantivi rievocano l´immagine sacra e innocente del bambino, ragazzino. A Verona i ragazzi-fanciulli sono chiamati “butei”, nel Lazio “ragazzino” o “creatura” e in Campania di nuovo “creatura” e “piccirillo”. Per quanto concerne l´origine del termine campano “piccirillo” il buon senso ci indirizza subito all´aggettivo “piccino” ossia piccolo, non ancora cresciuto. In “creatura”, invece, è forte il rimando alla genesi biblica di un essere “creato” ovvero nato come creazione divina, in senso religioso ma non solo. «Andate per tutto il mondo e predicate l’evangelo a ogni creatura», sta scritto nel Vangelo secondo Marco, e con “creatura” si intende qui ogni uomo, sia egli cristiano o di altra religione, perché generato, creato a somiglianza di Dio e dunque Sua creazione. La “creatura” in quanto bambino raccoglie in sé un significato profondamente umano perché piccolo, indifeso ma anche una creazione cara, figlia di qualcuno e sicuramente mai senza guida. Nelle Marche il fanciullo più bambino che ragazzo è invece chiamato “monello” e in questo caso il sostantivo richiama l´azione dei bambini, di solito scanzonati e ribelli. Dire “monello”, quindi, anche ad un adulto significa sottolinearne il carattere estroverso e “mattacchione”, tipico dei bambini che non aderiscono ai comportamenti dei “grandi”. Torniamo al termine dialettale “butei”. Spulciando su internet si trovano molte definizioni interessanti e anomale, ma che data l´era del web 2.0 vanno accettate. Ne riporto qui di seguito una:

Butei”: «Ammasso non ben identificato di studenti veronesi. Il termine può definire un gruppo simpatico (butei giusti) o un gruppo sfigato (butei smarsi). Si differenzia dalla maraja unicamente in termini quantitativi. ATTENZIONE: importante tra i butei è non farsi sgarri, pena l’esclusione dai butei e l’interdizione a fare uso del suddetto titolo. NB. È assai difficile uscire dal giro dei butei, in quanto l’appartenenza è datta alla nascita nel comune di Verona. È possibile anche diventare butei onorari in seguito a gesta epiche quali, guidare in via Mazzini, mangiare sei kebab, essere fuori corso da sei anni».

La definizione è molto colorita e ristretta ad un gruppo “sociale” di una zona ben distinta, ossia il comune di Verona. Oltre alla definizione che le bande di ragazzi oggi conferiscono alle loro combriccole chiuse, il termine dialettale a Verona designava originariamente i ragazzi, i fanciulli. I fanciulli-ragazzi detti “butei” di un tempo non avevano certo regole ferree come i “butei” contemporanei; è proprio il caso di dirlo: non esistono più i butei di una volta…

Pubblicato in MetropolItalia | Lascia un commento

Folksonomy e cinguettii

Siamo nell´era del web 2.0 ossia di una era internet nuova ove ad emergere e a realizzare nuove categorie e anche neologismi sono i social network come youtube, Facebook e tanti altri. Con questi nuovi social media cambia anche il modo di scrivere la lingua, mediante abbreviazioni e neologismi ad esempio, e questo è un evento che sta cambiando anche la linguistica. Oggi tutti possono essere linguisti e tutti mediante i social network possono contribuire, talvolta senza saperlo, ad arricchire un processo linguistico in continua evoluzione che non può non tenere conto del web 2.0. Cos è allora la folksonomia, neologismo che riprende la parola inglese folksonomy? La parola è composta da “folk” (o folks) e “sonomy” (contrazione di tassonomia) e indica, appunto, l´amministrazione da parte del “popolo”, ossia gli utenti, dell´amministrazione, ossia di ciò che prima era una categoria classica. Questo termine sta anche ad indicare una sorta di libertà degli utenti del web 2.0 in quanto ognuno indistintamente dal grado di istruzione o dall´età può esprimersi, mediante tag o glosse, in modo del tutto personale, individuale. Ora, torniamo nuovamente al linguaggio della politica e di come esponenti del mondo politico abbiano scoperto l´importanza dei social network come Facebook fino a cinguettare su twitter. Non solo televisione, bensì una strategia volta a informare e a “parlare” cinguettando, si è imposta sempre più consolidandosi soprattutto a ridosso delle elezioni. Non solo, i diversi cinguettii sono spesso ripresi dalle televisioni o dai giornali, per esporre il pensiero politico di chi li utilizza.

Un esempio è ad esempio il tweet di Mario Monti che non annuncia la sua scesa in campo mediante una emittente o un comunicato stampa, bensì cinguetta la notizia:

@SenatoreMonti  Insieme abbiamo salvato l’Italia dal disastro. Ora va rinnovata la politica. Lamentarsi non serve, spendersi si. “Saliamo” in politica!

Questo è un fatto eclatante e dimostra come il medium mediante il quale esprimersi sta cambiando. Non è stato un giornale o un comunicato stampa ad annunciare la lieta novella, per i followers di Mario Monti è bastato un cinguettio che è poi stato ripreso dalle diverse testate giornalistiche per diffondere una notizia importante.

Il prossimo evento- tweet? Forse sarà quello del prossimo politico a prendere in mano le redini del Paese, cinguettando…

Pubblicato in MetropolItalia | Lascia un commento

lingua: come parla la coscienza del popolo. Il caso Berlusconi

È possibile restare saldi su una ideologia, un pensiero, mentre il mondo fuori ripete il contrario? Forse. Forse no. Oggi è risaputo che il metodo per manipolare il pensiero degli individuo esiste e consiste nella ripetizione fino all´inverosimile di una “verità” di cui il parlante o non é convinto o non ritiene tale. A tal proposito è interessante puntare l´accento su alcuni atteggiamenti manipolatori che durante gli ultimi tempi si sono imposti all´attenzione di linguisti e giuristi. È il caso della politica. Negli ultimi decenni, meglio dopo la caduta della prima Repubblica a causa dello scandalo “Mani pulite”, scende in campo Berlusconi e il modo di fare politica cambia. La televisione è il suo ring preferito, da sovrastare da solo, e in cui puntualizzare o abbandonare a seconda del conduttore. In questo video è possibile notare lo stile linguistico di Berlusconi che si accompagna sempre ad un sorriso elegante mentre il tono di voce si alza appena la conduttrice Lucia Annunziata lo interrompe. La lite prosegue e il momento clou è “perché lei è di sinistra… […] arrivederLa signora, complimenti […]”. Nella breve trascrizione ho teso a evidenziare come lo stile di Berlusconi resta sempre compito, pulito e nella forma educato, questo è però un utilizzo della lingua che sorvola sull´essenza della parole per cristallizzarsi nell´essenza dell´azione, che difatti è negativa mentre Berlusconi è offeso.

Continuiamo sempre con il Cavaliere. I suoi ultimi interventi hanno provocato uno smarrimento in Monti il quale afferma (audio): ”Berlusconi mi confonde sul piano logico e mi confonde a tratti sul piano dell’eccessivo elogio”, elogi divenuti poi attacchi da parte del Cavaliere. Tuonano espressioni come “il grande imbroglio” e “Germania Stato egemone d´Europa” riguardo alla moneta europea, si scoprono essere dei pensieri veri ma non più reali quando in un´altra conferenza disprezzando ancora l´euro, precisa che erano solo delle “battute”.

Sempre Berlusconi si riconosce in quel modo di esprimersi violento ma elegante, ricorrendo spesso ad espressioni ideologiche retrò  come ad esempio: “i magistrati sono di sinistra” o anche “i comunisti mangiano i bambini”, sebbene oggi non si possa più parlare di una sinistra o di un comunismo, così come intesi originariamente. Ma i suoi attacchi verbali continuano. È notizia recente il j´accuse ai tre magistrati definiti “femministe e comuniste” (leggi), alimentando e giustificando così quella ondata di odio per le donne di cui si è già parlato (articolo).

È difficile allora dare un senso alle parole, se esse stesse, sempre mediante altre parole, cambiano significato trasformandosi da asserzioni convinte a battute. È qui che Zagrebelsky, noto giurista italiano, invita a una riflessione sulla Lingua del tempo presente. Secondo il noto costituzionalista il linguaggio può essere manipolato –  ad esempio mediante i mass-media – dal potente di turno, il quale mediante la lingua riesce ad entrare nel pensiero del popolo per asservirlo. Questo è un processo lento ma incisivo e tende a mutare il significato concreto dei significanti fino a entrare nella coscienza viva dell´uomo.

Oggi molti si sono addormentati credendo impossibile o comunque non influente lo show politico linguistico. Eppure questa è la prima falla, il primo accesso verso la coscienza di un popolo che non mantiene la soglia di allarme, di attenzione verso ciò che si esprime, alta. È allora in questa lingua, come lo stesso Zagrebelsky sottolinea, che è possibile misurare la sanità e il livello culturale ed etico di un Paese.

Pubblicato in MetropolItalia | 1 commento

In diretta…

Torniamo alla tivvù realtà dei programmi alla ricerca di talenti, negli ultimi anni trasmissioni che occupano la maggior parte della televisione intrattenimento del bel paese. Quello dei provini è un momento saliente non solo per chi lo supera ma forse, a livello linguistico, tanto più per chi non ha avuto alcuna chances. Di solito i provini degli scartati, per le mirabolanti performances dei personaggi e per la loro spiccata genuinità, vengono utilizzati come ulteriore merce di intrattenimento. A noi interessa qui rilevare, e non sarà cosa difficile, il tipo di comunicazione che si realizza, soprattutto perché le varianti regionali e le espressioni tipiche di un gergo parlato, spiccano qui in maniera evidente. I conduttori del noto programma utilizzano tutti, a parte una sola eccezione, un linguaggio pulito, un italiano ripulito da qualsiasi influenza regionale. L´eccezione è la donna giurato che si lascia andare a una espressione tipicamente romana con aggiunta di intercalari: “Ammazza hai detto niente! […] mortacci… cioè voglio dire…”.

Nel secondo video, invece, la zona di provenienza del ragazzo “si era già capito dalle prime due sillabe”, dirà il giurato, e in effetti emerge una differenza abnorme tra il linguaggio di chi fa la televisione e quello di chi ne è appena entrato a far parte.

L´inglese risulta, invece, un vero problema per tutti; la giurata si cimenta in un small talk in inglese sui generis: “…in che lingua canti…you song sang ss.. sing sing(ghi) in english… […] cosa singhi?”.

Un gruppo di naufraghi volontari per una trasmissione televisiva offre una serie di strafalcioni interessanti.

Frasi al limite della sintassi con un corposi esempi di errori grammaticali: “ […] si sente un pó piú sparso…” o “li bollisci?”, sono alcuni degli strafalcioni  commessi. Va notato che spesso è proprio dall´utilizzo reiterato di una parola storpiata che essa entra nel linguaggio comune. E allora, in quel caso, non vi è televisione che tenga.

 

 

Pubblicato in MetropolItalia | Lascia un commento

Che lingua parli, tu, tivvù?

In Italia, forse più che in ogni altro paese, il linguaggio dei mass media sembra abbia avuto e raggiunto il ruolo di vero educatore linguistico. Al di là di considerazioni di natura psicologica e sociologica, si intende qui stilare un brevissimo resoconto sull´utilizzo della lingua nei mass media italiani e di come la koinè (l´italiano standard) sia stata, nella sua immediatezza e sconcertante medietà, forgiata da un medium di massa per la massa stessa. Questa mescolanza di linguaggio televisivo e di modelli umani offerti come personaggi à la page, questo mescolarsi tra satira e vicende pubbliche, su cui porre una riflessione anzitutto etica per il paese, fa della lingua della televisione un vero e proprio mezzo capace di confondere il pubblico e il privato. Così, per comprendere al meglio le vicende italiane a volte è meglio rifarsi alla satira.

Il linguaggio dei giovani ragazzi di trasmissioni “talent scout” come Amici, sono da sempre state caratterizzate da parlanti il cui gergo era peculiare quanto lo stile: frasi semplici, fino all´osso, ripetizioni di concetti, forte la presenza di intercalari e di parole dialettali con la presenza di alcune storpiature di parole di origine straniera.

Il gruppetto dei partecipanti al Grande fratello ha offerto ogni anno spunti nuovi nel panorama della lingua italiana; anche qui prevale una attenzione nella scelta dei personaggi, così genuinamente “reali”, parlanti di diverse regioni italiane provenienti da diverse classi sociali. Questo è il caso di un “conte” che, come si vede nel video, perde i modi di fare tipici dell´aristocrazia…

Si possono concretamente osservare gli alti e bassi della lingua in televisione anche in alcuni giochi televisivi dove uomini e donne alla ricerca dell´amore scambiano battute con il pubblico. Anche in questo caso il risultato linguistico è assai interessante: si alterna, di norma, un linguaggio standard con alcune intromissioni di parlato e intercalari come “ah bello”.

Insomma, la tivvù, come si suole scriverla, più che intervallo, break dalla vita reale, sembra aderirle e rappresentarla al meglio, anche nelle adozioni linguistiche.

Pubblicato in MetropolItalia | Lascia un commento

Modalpartikeln italiane

Nella realtá di una lingua parlata spiccano come ospiti caratteristici di un linguaggio meramente colloquiale gli intercalari. In italiano gli intercalari sono innumerevoli e si contraddistinguono per il loro posizionamento fuori dalle regole e dal contesto. Questi alcuni dei maggiori intercali utilizzati dai parlanti di ogni prvenienza geografica: “niente”, “praticamente”, “tipo”, “cioè”. Poi vi sono degli intercalari particolari perché indicano una provenienza regionale molto precisa, alcuni esempi: “boh” e “neh” è piemontese, “ahò” tipico di Roma, “ciò” veneto, “vabbuò” e “dè” livornese-pisano. Vi è poi una ulteriore divisione di questi strani morfemi parlati, ossia la classificazione secondo scurrilità. Si tratta di alcuni intercalari, anche in questo caso regionali o universalmente usati in tutto lo stivale, come: “cazzo”, “troia” o “minchia, quest´ultimo contrattosi in “miiii”, che rientrano nei casi tipici di intercalari non più di stampo regionale ma generalmente usati. Gli intercalari quando hanno un discreto successo se espressi da personaggi (Luciana Litizzetto) di spicco della scena mediatica, riescono anche a definire il personaggio stesso, venendo altresì utilizzati dai comici come segno distintivo del noto parlante che lo utilizza. Ricordiamo che gli intercalari non sono espressioni tipiche di parlanti incolti, bensì di situazioni informali, ma ricorrono anche durante interviste o in caso di scarsa pianificazione discorsiva. Insomma queste strane interferenze che in italiano si sogliono definire intercalari corrisponderebbero alle Modalpartikeln del tedesco.

Pubblicato in MetropolItalia | Lascia un commento

Bella faccetta nera ciao!

La differenza principale tra la lingua letteraria e il dialetto, soprattutto nella sua espressione scritta, sta sicuramente nel paesaggio visivo rarefatto e immaginario di un mondo rimasto intatto nella cultura dialettale e di un mondo “vero” e urbano nell´uso dell´italiano standard. Si potrebbe idealmente avvertire una dicotomia essenziale nelle due declinazioni linguistiche ove la campagna con suoi idilli bucolici e un´appartenenza ad un periodo storico “passato” non può che essere descritto dal dialetto. Dall´altra parte la città, con l´omologazione di massa che si livella anche sulla superficie linguistica, adattando le regole di tutti nell´utilizzo di una lingua standard comune. Sembra di rivedere, in questo pensiero, una Weltanschauung politica di socialismo conciliante (la lingua di tutti, l´italiano standard della massa) e un movimento esistente eppure isolato, il dialetto come la forma linguistica refrattaria ad ogni conformismo, ad ogni medietà.

Con la fine della seconda guerra mondiale il fascismo in Italia decade e si fa sempre piú forte la presenza sul suolo italiano dei partigiani, i cui racconti oggi li descrive ora in positivo, ora negativamente. Lo sviluppo storico viene accompagnato da tratti dialettali tipici in alcune zone. Così vi erano i “lazarun” (colorita espressione in dialetto ferrarese che sta per «delinquenti», «farabutti») appunto i partigiani “cattivi”, e i “partigian dal lùni” («partigiani del lunedì»), coloro che appartenevano alla Resistenza non per ideologia ma per convenienza. Dall’altra parte vi sta il fascismo, prima della sua caduta, il cui apice e rappresentato meravigliosamente d auna canzone scritta da Giuseppe Micheli. Faccetta nera (canzone) fu scritta in romanesco e sembra celebrasse il progresso italiano apportato nelle zone occupate, la colonizzata Etiopia.

“Facetta Nera, piccola abbissina
Te porteremo a Roma libberata
Dar sole nostro tu sarai baciata!
Starai in Camicia Nera, pure te!
Facetta Nera
Sarai Romana
E pé bandiera
Tu ciavrai quella italiana
Noi marceremo
Insieme a te
E sfileremo avanti ar Duce,
E avanti ar Re”

Dal colore nero del volto dell´abissina e delle camicie dei fascisti, al sole che sveglia il partigiano nel testo paradigmatico della Resistenza: Bella Ciao (Giorgio Gaber Bella Ciao). Questo canto, di origine ottocentesca, diviene manifesto popolare della Resistenza che si celebra cantando cosí:

“Una mattina mi son svegliato,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
Una mattina mi son svegliato

e ho trovato l’invasor.

O partigiano, portami via,
o bella, ciao! bella, ciao! bella, ciao, ciao, ciao!
O partigiano, portami via,
ché mi sento di morir.”

Indistintamente dalle fila politiche scelte, la lingua, anche in questo caso, si rivela veicolo non essenziale ma basilare quanto il movimento stesso per conferire ad esso un senso e una filosofia individuale che non può che emergere dal canto popolare, più che dalla lingua standard.

Pubblicato in MetropolItalia | Lascia un commento