Archivi del mese: dicembre 2012

Appiccia!

“Appiccia la luce, per favore!”, facile comprendere che il verbo “appicciare” legato alla luce possa avere o il significato di “accendere” o quello di “spegnere”.

Appicciare”, che significa accendere, è un verbo della lingua non standard utilizzato per lo più in Campania, o comunque nelle zone del sud Italia. È interessante notare come il verbo viene declinato nelle diverse forme regionali.

Il verbo “accendere” in alcune varianti regionali

accendere   ghiffa     Piemonte
daccendere ‘ccènne Marche   Civitanova Marche
accendere ‘ddumare Puglia   Salento Sud
accendere ‘mpicciari   Puglia brindisi
accendere ‘mpizzar   (Solandro) Trentino Alto Adige
accendere ‘ppiccià/ ‘ccenne   Marche
accendere accende, incende   Corsica
accendere accènne   Umbria
accendere addhumari   Sicilia San Salvatore di Fitalia
accendere addumà   Calabria
accendere addumà   Puglia
accendere addumare   Sicilia
accendere addumàri   Sicilia
accendere addumari Sicilia   Catania
accendere apicià   Marche
accendere app’ccià   Basilicata
accendere app’ccià   (Offida) Marche
accendere appaccì   Abruzzo
accendere appeccé Abruzzo
accendere appeccià Abruzzo
accendere appeccià   Basilicata
accendere appeccià Molise
accendere appiccià   Campania, Napoli
accendere appiccià Lazio
accendere avié Valle   d’Aosta
accendere aviscàr Piemonte

 

Non è difficile notare che la radice del verbo “accendere” si mantiene simile nei dialetti parlati nelle zone del sud (dalla Campania in giù), mentre per le variazioni regionali del nord essa cambia. Ricorre l´unione della vocale e della consonante “ad”, o della sola doppia dentale [d], nella declinazione regionale in Puglia “’ddumare, addumà”, e in alcune zone della Sicilia con “addhumari, addumare, addumàri, addumari”. Vi sono, però, delle strane eccezioni: a Brindisi, in Puglia, si dice “’mpicciari” rispetto alla altre zone pugliesi, ove il verbo è caratterizzato dalla coppia vocale-consonante o dalla doppia consonante dentale in inizio di parola. A Brindisi, invece, il verbo è formato da due consonanti labiali [m] e [p], la prima occlusiva e la seconda nasale, cambiando così il suono del verbo che diviene più chiuso e duro.

Al nord, invece, in alcuni dialetti scompare la vocale aperta e centrale [a] a inizio parola, mentre le consonanti rievocano lo stesso fenomeno del dialetto parlato a Brindisi.

 

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Magone morente, peso dolente

“Avere il magone” si legge su Metropolitalia. Cosa sará mai questo “magone”? non presagisce nulla di buono la derivazione del termine, connessa con le interiora del pollo.

Magone, pronuncia ma′gone, è un sostantivo maschile singolare di origine germanica (in tedesco stomaco si dice “Magen”) avente due significati ed utilizzi: il primo si riferisce ad una parte dello stomaco del pollo – suo sinonimo è il ventriglio – ove il cibo viene triturato. Il secondo significato è figurato e rievoca uno stato di profonda tristezza e abbattimento. Secondo la lingua non standard si possono poi utilizzare altre espressioni simili, come ad esempio “malloppo”. In questo caso “malloppo” è una voce squisitamente regionale utilizzata prevalentemente in zone del centro Italia. Il “malloppo” viene però maggiormente usato in frasi in cui la parola assume un significato differente, ossia nel senso di “refurtiva”. Il “malloppo”, infatti, è un sostantivo che, tralasciando il contesto gergale al quale pure appartiene, significa “fagotto” dunque un “gruzzolo”, un piccolo tesoro. Meno utilizzato, eppure esistente nel linguaggio non standard, “malloppo” in frasi in cui potrebbe sostituire “magone” ossia: “Avere un malloppo sullo stomaco”. Come nel caso di “magone”, “malloppo” indica un peso e quindi non stupisce che in frasi come “che bel malloppo abbiamo fatto!”, il “malloppo” indichi proprio la quantità, il “peso” di una data sostanza, solitamente soldi o valori simili. Nei momenti di tristezza e di abbattimento lo stesso peso fortunato e fonte di felicità in un contesto diametralmente opposto, si trasforma in un peso infelice e triste che si mette sullo stomaco. In questo caso si potrebbe azzardare una connessione al “magone” della lingua standard, per il quale si intende la parte dello stomaco del pollo e dunque da qui l´espressione “avere un magone sullo stomaco”.

Ma la fortuna e l´evolversi del termine “magone” potrebbe avere le sue ragioni colte nella storia della letteratura italiana e più precisamente in un poema epico scritto da Francesco Petrarca per il Re di Napoli Roberto d´Angiò dal titolo Africa. Di questo poema fanno parte 34 versi sulla morte di Magone. In preda a laceranti dolori e nel percorso che lo porterà a spirare, Magone, fratello di Annibale e ferito in uno scontro contro i romani, nei versi scritti da Petrarca, rivolge il suo lamento alla tragica natura dell´uomo e alla sua esistenza. Magone, allora, poco prima di esalare “lamenta” il dolore, l´infelicità e la disperazione.

 

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La Bibbia italiana

Un´Italia che non guarda più la televisione, una Italia colta (con il 60 % di laureati sintonizzati) e con molti giovani, è stata tenuta incollata davanti al televisore dinanzi allo show culturale presentato da Roberto Benigni sulla Costituzione italiana. Un incontro tra lirica ed emozioni con accenti di comicità contenuta in un programma andato in onda sulle reti Rai in prima serata. Benigni non sbaglia un colpo, sebbene molte siano state le critiche al programma, ma il punto sul quale molti italiani si scambiano opinioni riguarda la bellissima riscoperta della Costituzione italiana, la cui magia pare sia stata dimenticata dagli italiani bloccati da un clima politico e sociale scollato dai principi ripresentati da Benigni.

Quella di Benigni va comunque considerata, al di là delle critiche, una performance positiva e costruttiva, perché ha saputo ricreare lo spirito di una Italia fatta di principi racchiusi in una sorta di tavola biblica, la Costituzione, di cui si riporta qui di seguito il testo:

Art. 1 L’Italia è una Repubblica   democratica, fondata sul lavoro.La sovranità appartiene al   popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Art. 2

La Repubblica riconosce e   garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle   formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento   dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 3

Tutti i cittadini hanno   pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di   sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di   condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica   rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto   la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della   persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori   all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 4

La Repubblica riconosce a   tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano   effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il   dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta,   un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale   della società.

Art. 5

La Repubblica, una e   indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che   dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i   principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e   del decentramento.

Art. 6

La Repubblica tutela con   apposite norme le minoranze linguistiche.

Art.7

Lo Stato e la Chiesa   cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.

I loro rapporti sono   regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle   due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

Art. 8

Tutte le confessioni   religiose sono egualmente libere davanti alla legge.

Le confessioni religiose   diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri   statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano.

I loro rapporti con lo   Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative   rappresentanze.

Art. 9

La Repubblica promuove lo   sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il   patrimonio storico e artistico della Nazione.

Art. 10

L’ordinamento giuridico   italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente   riconosciute.

La condizione giuridica   dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei   trattati internazionali.

Lo straniero, al quale sia   impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche   garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio   della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.

Non è ammessa l’estradizione   dello straniero per reati politici.

Art. 11

L’Italia ripudia la guerra   come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di   risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di   parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un   ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e   favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Art. 12

La bandiera della   Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande   verticali di eguali dimensioni.

Di primo acchito potrebbe sembrare che la Costituzione italiana non abbia   alcuna attinenza con i dialetti, con la lingua. Sbagliato. Leggere questi   principi significa riflettere sui capisaldi etico-sociali di una umanità   altissima ma al contempo avvicina il lettore, di qualsiasi nazionalità, alla cultura originaria del popolo italiano, come esso è sempre stato e ontologicamente ancora è. È quel popolo unificato dal punto di vista geografico e linguistico – con l´italiano -, ma frastagliato con le sue regioni e subculture, con le differenti variazioni linguistiche, che comunque non indeboliscono l´unità nazionale, ma costituiscono una squisita peculiarità. Così diversi, gli italiani, con diversificazioni in ogni loro espressione culturale, eppure così uniti se a “parlare” è la Costituzione italiana.

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´A Livella

La livella, in napoletano ´a livella, è un arnese di grande precisione, una sorta di lungo righello con una sostanza  liquida all´interno con il quale si suole controllare l´orizzontalità delle superfici. Ma per tutti coloro, da Nord a Sud, che conosco il principe della risata, ´a livella è una nota poesia di Totò (il principe Antonio De Curtis) che ha dato il nome a una raccolta di poesie del famoso attore partenopeo.

Uno stralcio di alcune righe ricche di umanità, intense per la loro tragedia e al contempo fantasiose per l´ingegnoso teatrino in un cimitero, delineano il grado di potenza e magia che una lingua non standard può ricreare nella letteratura. Questa storia è una vicenda di cui Totò è protagonista. Mentre si recava alla tomba della zia si svolge agli occhi del poeta, una scena tragicomica il cui finale è semplice ed essenziale e spiega, alla maniera di Totò, come la vita sia n´a livella.

Il due Novembre ognuno, in Italia, si reca al cimitero per ricordare i defunti. Questa è una “crianza” che “ognuno ll´adda fá”, è “una triste e mesta ricorrenza” ove anche Totò “con dei fiori” adorna “il loculo marmoreo ´e zi´Vicenza”.  Continua Totò…

St’anno m’é capitato ‘navventura…
dopo di aver compiuto il triste omaggio
(Madonna!) si ce penzo, che paura!
ma po’ facette un’anema e curaggio.

‘O fatto è chisto, statemi a sentire:
s’avvicinava ll’ora d’à chiusura:
io, tomo tomo, stavo per uscire
buttando un occhio a qualche sepoltura.

“Qui dorme in pace il nobile marchese
signore di Rovigo e di Belluno
ardimentoso eroe di mille imprese
morto l’11 maggio del ’31”.

‘O stemma cu ‘a curona ‘ncoppa a tutto…
…sotto ‘na croce fatta ‘e lampadine;
tre mazze ‘e rose cu ‘na lista ‘e lutto:
cannele, cannelotte e sei lumine.

Proprio azzeccata ‘a tomba ‘e ‘stu signore
nce stava ‘n ‘ata tomba piccerella,
abbandunata, senza manco un fiore;
pe’ segno, sulamente ‘na crucella.

E ncoppa ‘a croce appena se liggeva:
“Esposito Gennaro – netturbino”:
guardannola, che ppena me faceva
stu muorto senza manco nu lumino!

Questa è la vita! ‘ncapo a me penzavo…
chi ha avuto tanto e chi nun ave niente!
Stu povero maronna s’aspettava
ca pur all’atu munno era pezzente?

Mentre fantasticavo ‘stu penziero,
s’era ggià fatta quase mezanotte,
e i ‘rimanette ‘nchiuso priggiuniero,
muorto ‘e paura… nnanze ‘e cannelotte.

Tutto a ‘nu tratto, che veco ‘a luntano?
Ddoje ombre avvicenarse ‘a parte mia…
Penzaje: stu fatto a me mme pare strano…
Stongo scetato… dormo, o è fantasia?

Ate che fantasia; era ‘o Marchese:
c’o’ tubbo, ‘a caramella e c’o’ pastrano;
chill’ato apriesso a isso un brutto arnese;
tutto fetente e cu ‘na scopa mmano.

E chillo certamente è don Gennaro…
‘omuorto puveriello…’o scupatore.
‘Int ‘a stu fatto i’ nun ce veco chiaro:
so’ muorte e se ritirano a chest’ora?

Putevano sta’ ‘a me quase ‘nu palmo,
quanno ‘o Marchese se fermaje ‘e botto,
s’avota e tomo tomo… calmo calmo,
dicette a don Gennaro: “Giovanotto!

Da Voi vorrei saper, vile carogna,
con quale ardire e come avete osato
di farvi seppellir, per mia vergogna,
accanto a me che sono blasonato!

La casta è casta e va, sì, rispettata,
ma Voi perdeste il senso e la misura;
la Vostra salma andava, sì, inumata;
ma seppellita nella spazzatura!

Ancora oltre sopportar non posso
la Vostra vicinanza puzzolente,
fa d’uopo, quindi, che cerchiate un fosso
tra i vostri pari, tra la vostra gente”.

“Signor Marchese, nun è colpa mia,
i’nun v’avesse fatto chistu tuorto;
mia moglie è stata a ffa’ sta fesseria,
i’ che putevo fa’ si ero muorto?

Si fosse vivo ve farrei cuntento,
pigliasse ‘a casciulella cu ‘e qquatt’osse
e proprio mo, obbj’… ‘nd’a stu mumento
mme ne trasesse dinto a n’ata fossa”.

“E cosa aspetti, oh turpe malcreato,
che l’ira mia raggiunga l’eccedenza?

Se io non fossi stato un titolato
avrei già dato piglio alla violenza!”

“Famme vedé… piglia ‘sta violenza…
‘A verità, Marché, mme so’ scucciato
‘e te senti; e si perdo ‘a pacienza,
mme scordo ca so’ muorto e so mazzate!…

Ma chi te cride d’essere… nu ddio?
Ccà dinto, ‘o vvuo capi, ca simmo eguale?…
…Muorto si’ tu e muorto so’ pur’io;
ognuno comme a ‘na’ato è tale e qquale”.

“Lurido porco!… Come ti permetti
paragonarti a me ch’ebbi natali
illustri, nobilissimi e perfetti,
da fare invidia a Principi Reali?”.

“Tu qua’ Natale… Pasca e Ppifania!!!
T”o vvuo’ mettere ‘ncapo… ‘int’a cervella
che staje malato ancora È fantasia?…
‘A morte ‘o ssaje ched”e?… è una livella.

‘Nu rre, ‘nu maggistrato, ‘nu grand’ommo,
trasenno stu canciello ha fatt’o punto
c’ha perzo tutto, ‘a vita e pure ‘o nomme:
tu nu t’hè fatto ancora chistu cunto?

Perciò,  stamme a ssenti… nun fa’ ‘o restivo,
suppuorteme vicino – che te ‘mporta?
Sti ppagliacciate ‘e ffanno sulo ‘e vive:
nuje simmo serie… appartenimmo â morte!”.

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Dillo con un cartello

In Italia non è raro trovare cartelloni di ogni genere, scritti a mano e in una lingua a metá tra la quella di Dante e quella che indica una realtà geografica ben definita: benvenuti nel paese degli orrori…errori, grammaticali. Molto spesso gli strafalcioni della lingua standard sono il risultato di una forte influenza che la lingua non standard ha sui parlanti di queste zone. Una “e” senza accento, una “a” che da verbo si tramuta in preposizione perché privata della “h” e parole dialettali che italianizzate coniano una lingua che non è né standard né dialettale.

Campeggiano grandi e grossi scritti a mano su un cartellone gigante di cartone grezzo scritte come queste: “BUSSARE IL CITOFONO” e si sa che il citofono non si “bussa” ma si suona. Un innamorato dinanzi alla fine di una storia d´amore decide di immortalare il sentimento per l´amata con una frase che potrebbe fare finire l´amore con qualsiasi linguista: “ADIO PUPA TIO AMATO”. È stato un amore senza regole, di sicuro quelle grammaticali sono state tutte ammazzate: “Addio” è esemplificato e “ti ho” si sono sciolte in un´unica parola. “Q´ANTO TI AMO”, si legge su un muro, ma il grido d´amore non è rivolto alla lingua italiana. La lista continua. In un mercatino di Roma, dove la consonante “l” diventa una fricativa “r” si legge: “Arta moda”. Sempre al mercato i finocchi diventano “finochi” e “QUARDATE CHE PREZZI” occhieggia da un altro cartello, ma non sono i prezzi che catturano l´attenzione!

E a suon di cartelloni si leggono non solo gli strafalcioni, ma anche una difesa alla purezza della lingua italiana; così al motto: “LORGOGLIO NON SERVE” un puritano della lingua italiana, forse l´ultimo appartenente alla scuola della Crusca, ribatte con un secco: “Ma l´apostrofo si!”.

 

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Tabù e lingua: i Comizi d’amore di Pasolini

“Morosi”, “invertiti”, “fuitine” e codici d´onore da seguire a parole e fatti costituiscono una vera e propria “bibbia dell´amore” per gli italiani di sempre. Le regole con il tempo sono cambiate, ma non le strutture mentali che restano comunque un codice ontologico difficile da superare in una terra in cui la tradizione è dura a cambiare. Gli italiani parlano dell´amore e delle sue regole in un lungo documentario filmico in cui un commesso viaggiatore d´eccezione, Pierpaolo Pasolini, interroga gli italiani da Nord a Sud, sull´amore, la sessualità e regole comunemente accettate ma difficili da spiegare con le parole. Ne segue una testimonianza etnolinguistica eccezionale e rarissima per il taglio conferitole dal poeta-scrittore, un misto di ricerca sociologica sui costumi degli italiani del tempo, e linguistica perché le interviste coinvolgono un target variegato dell´Italia, facendo emergere non solo differenze culturali, bensì differenti flessioni della lingua non standard relativa alle espressioni “sull´amore”.

I giocatori di Metropolitalia, riguardo all´amore, si sono espressi così: “Vi presento il mio moroso”, “Fabio è il nuovo moroso di Lucia”, “Ma lo tieni il moroso?”. Il “moroso, la morosa” è l´innamorato, il ragazzo o la ragazza con la quale si sta insieme, ma non necessariamente in modo serio. Così l´Italia del Nord appare decisamente liberale e borghese non solo nella lingua ma anche nel modus vivendi. Al contrario del Nord il Sud è più conservatore e proletario, anche nelle logiche e usanze dell´amore, ove il linguaggio è costretto dunque a “piegarsi” a fenomeni culturali, ad esempio la “fuitina”, altrimenti inesistenti nel resto dell´Italia.“Hanno fatto una fuitina”, si legge su Metropolitalia, e non è difficile comprendere la provenienza del termine. Al Sud la “fuitina” e la verginità restano due temi portanti di una ideologia socialmente accettata, sebbene oggi, forse maggiormente, a livello inconscio. Queste componenti culturali pregnanti investono la lingua non standard, la quale aderisce ad un costume particolarmente folkloristico coniando un linguaggio ad hoc per regole “d´amore” ad hoc: “la fuitina la può fare uno scarso, che non c´ha molti soldi” dice il “picciotto” di una zona mafiosa della Sicilia intervistato da un Pasolini che fatica a capire. Il termine “fuitina” deriva dal verbo siciliano “fuiri” ossia “fuggire”, perché è grazie alla fuga dei due giovani innamorati e alla possibile avvenuta deflorazione della donna che le famiglie acconsentono al matrimonio come “scatto morale” del consumato atto fisico.  La “fuitina” è stata magistralmente catturata anche nel film La ragazza con la pistola di Mario Monicelli, in cui Monica Vitti interpreta il personaggio vittima erronea di una “fuitina” andata a male che la porterà lontana dalla Sicilia per vendicare l´onta subita.

Giunto a Crotone la donna angelo che ispira i poeti, si tramuta linguisticamente in “donna evangelica e angelicata intesa come la intendeva Dante, per noi calabresi”. Ma i calabresi fanno di più, sembra che un intervistato non sia favorevole al divorzio perché calabrese e aggiunge: “quando uno si riunisce co na’ ragazza, no, se vanno d’accordo perché dovrebbero divorziare?”. Ma ecco che un altro problema reale per l´uomo del Sud, sono le “corna”: “Mia moglie mi farebbe… (gesto con le mani delle corna) … facendo il divorzio io resterei sempre un cornuto!”. Dove le parole non arrivano per l’italiano parlano le mani. 

Tra Bologna e Modena, una famiglia è intervistata in un contesto rurale che esprime la sua semplicità in controtendenza agli ambienti borghesi del nord.

Accade che la madre di famiglia nell’esprimere la sua opinione sui costumi dell’epoca reagisca così: “…oggi è troppo spudorato, l’è troppo…troppo, non so esprimermi, non so…”. Nell’impossibilità di esprimersi con le parole giuste, va notato come la mimica del corpo aumenti mentre linguisticamente si ricorre alla ripetizione di parole.

Le donne una volta erano “rustiche”, oggi sono “gentili” dice un agricoltore che giustifica l’usanza di un matrimonio ove la donna è vergine. A Napoli ai bambini viene chiesto come si nasce, varie sono le risposte: “La lavatricia ‘rinda alla borsa tene nu’ fiore” (la lavatrice dentro alla borsa ha un fiore), “so nat sott ‘e cupert” (sono nato sotto le coperte).

L´esperimento pasoliniano è di un realismo verace e sconcertante al contempo, scopre i nervi di una sperequazione culturale tra Nord e Sud che sembra ricalcare la stessa sperequazione tra uomo e donna, tema del post precedente. É in questo slancio di “cinema verità” che a saltare agli occhi sono, ancora una volta, quelle che ora possiamo a ragione definire tensioni o fenomeni culturali inerenti a una realtà dalle quali prende forma il linguaggio.

 

 

 

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Se la lingua è donna e la cultura maschilista

 

 Donna, madre, terra, vita sono solo alcuni dei termini che non a caso hanno un genere femminile, perché creano, generano ma possono anche far perire come la morte.

Femminilità e essere donna come stile di vita, è un tema molto caldo al momento, soprattutto in Italia dove sono molte le donne vittime di violenze da parte degli uomini. Non solo, le donne delle quote rosa in politica così come le donne dal doppio lavoro non riconosciuto – casalinga e madre – sono solo alcuni dei temi che come una spada di Damocle troppo pesante incombono sulla cultura italiana. 

Essere donna è uno status speciale di per sé. Implica responsabilità, una dose di malizia e uno sforzo in più soprattutto nel campo del lavoro e del riconoscimento contro una società maschilista italiana. Italia, patria, come donna, sono nomi di genere femminile che hanno in sé il calore della terra che abbraccia e accoglie, uomini e donne indistintamente. Ma cosa succede nella cultura tout-court a queste donne? E soprattutto come influisce la cultura di “genere” sulla lingua italiana? Ad offrire alcune risposte interessanti sul tema è Gianna Marcato, docente di Dialettologia italiana all’ Università di Padova.

Da nord a sud la figura e il ruolo della dona è nascosto, sfigurato o rafforzato dalla morfologia e da frasi idiomatiche dell’italiano non standard.

Così a sentenziare luoghi comuni in cui emerge chiara la sopraffazione della donna a favore dell’uomo, sono i numerosi dialetti italiani: “capiddi curti ciriveddu longu, capiddi longhi ciriveddu curtu” tradotto dal siciliano “capelli corti cervello lungo, capelli lunghi cervello corto” e, sempre in siciliano, “vali cchiù un omu di pàgghia chi na donna d’oru”.

Povera donna siciliana! Si potrebbe pensare, e invece se ci spostiamo al nord i clichés sulle donne non sembrano diminuire. Il Veneto aizza: “le done xe gran chiacolone”, le donne sono delle gran chiacchierone le cui armi sono : “la lingua, le ugne, le lagrime”. Ecco l’emotività vincente di donne piagnucolose e agguerrite che non hanno altra arma all’infuori di una sensibilità caratteriale e di una forza fisica (le unghie) di cui si prendono cura a forza di manicure. Ma la fraseologia dialettale fa di più, indottrina le donne sui comportamenti “adeguati” per trovare un uomo. A Venezia la donna deve essere così: “che eà piasa, che eà tasa, che eà staga casa” ossia a Venezia la donna “saddà stà a casa”, come direbbero i napoletani. Mentre a Pescara “il silenzio – della donna – è d’oro”: “la fommen’ areterète è ddisiderète”, la donna riservata è desiderata. A Bologna si può quasi intravedere uno screditamento della donna nel detto: “El dôn n han èter ed bån che la längua” cioè “l’ unica cosa buona della donna è la lingua”, mentre la donna buona è come un uccello raro: “Dôna bôna, u§èl rèr”.

Questo articolo è scritto in concomitanza con un periodo distinto per la lotta contro la violenza sulle donne. Si invita, dunque, a leggere articoli a proposito apparsi sui maggiori quotidiani, con l’augurio che un giorno la lingua e le sue declinazioni, marchino non una distinzione tra sessi, bensì una raggiunta eguaglianza umana tra uomo e donna.

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