Archivi del mese: novembre 2012

Fatica è travagliare!

Oggi parliamo di un termine che tutti conoscono, nasce con noi e ci accompagna fino alla fine. In ogni cosa che facciamo è presente questo verbo, che oltre a designare uno sforzo fisico e mentale, è compendio di un fine che ogni individuo si pone in vista di una riuscita affermazione personale. Si tratta del verbo “lavorare”, che, come vedremo, nella variazione dei diversi dialetti assume lo stesso valore semantico di “faticare, fare una fatica”.

[…]Somiglia alla tua vita

La vita del pastore.

Sorge in sul primo albore;

Move la greggia oltre pel campo, e vede

Greggi, fontane ed erbe;

Poi stanco si riposa in su la sera:

Altro mai non ispera.

 Così recita il Leopardi rivolto alla luna, lei che osserva i “travagli” dell’uomo, lavori che non sono solo fisici come quello del pastore ma anche umani, e dunque sono “travagli” interni. Il travaglio non è allora solo un “lavoro” fisico, bensì può essere uno sforzo interiore che investe i sentimenti e l’umore dell’uomo.

Si impone all’udito di noi amanti delle variazioni dialettali un particolare delle declinazioni di “lavorare”, che resta per lo più invariato e con la stessa radice semantica nella maggioranza dei dialetti. I francesi invece usano il termine “travailler” e da questo si scopre un francesismo che si è imposto soprattutto sui dialetti che per “lavoro” dicono “travaglio”.

Metropolitalia presenta le due variazioni dialettali del verbo “lavorare”:

“Ha un lavoro nuovo. Ora deve faticare molto”.

 “Dove vorresti travagliare?”.

“Travagliare” e “faticare” sono verbi molto difficili da identificare geograficamente, questo perché utilizzati nella stessa forma in differenti dialetti. Ecco alcuni esempi:

 

Piemonte Travagliare

Marche Faticare

Lazio Faticare

Abruzzo Faticare

Campania Faticare

Calabria Faticare

Puglia Faticare

Basilicata Faticare

Sicilia Travagliare

Possiamo sicuramente rilevare in ambo le forme verbali dialettali, il significato del verbo lavorare, che è comunque qui sempre inteso nella sua accezione fisica, nel senso di “fare uno sforzo, impiegare forze fisiche per un lavoro o simili”. Facciamo un altro volo pindarico nei meandri simbolici delle variazioni linguistiche e scopriremo che le donne incinte al momento del parto sono in “travaglio”. Il “travaglio” della donna che sta per partorire è anche un momento di grande sforzo fisico per dare alla luce il bambino, quindi per compiere un “lavoro” naturale, ma pur sempre un compito che vede concentrate le forze fisiche delle donne. 

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Vedi Napoli e odila

“Neapel, das sind tausend Farben, tausend Ängste, aber auch die Stimmen der Kinder, die allmählich lauter werden und dir sagen, dass du nicht allein bist”

 Proviamo a leggere in “napoletano”, la lingua di pulcinella e Totò, e scopriremo come ogni lingua, ogni dialetto regionale è molto più di una lingua, è una cultura profonda che mediante i suoni del suo idioma trasmette agli uditori di quella lingua, la sua essenza, il suo cuore.

“Napule è mille culure, Napule è mille paure Napule è a voce dè criature che saglie chianu chianu e tu sai che nun si sulo”.

Questo il testo originale del cantautore partenopeo Pino Daniele. Da fine novembre il “Filmmuseum” di Monaco inaugurerà una serie di film dedicati a Napoli, la città eterna. Interessante è non soltanto l’ambientazione napoletana dei temi delle pellicole, bensì i suoni delle parole tagliate a metà, gli intercalari e le espressioni linguistiche che come l’intero background sono i veri protagonisti quando si richiama la cultura partenopea. 

Al “Filmmuseum” di Monaco non poteva mancare Luciano De Crescenzo, profondo filosofo napoletano, e il suo “Così parlò Bellavista” (titolo sulla falsa riga di “Also sprach Zarathustra” di Nietzsche), ove De Crescenzo disquisirà sulla vera filosofia del napoletano che fa il bagno, di contro alla doccia dell’abitante del nord. La differenza della forma mentis illustrata da De Crescenzo, si accompagna ad un modo tutto particolare di presentare il contenuto verbale, realizzando linguisticamente e attraverso i gesti quello che si suole definire la “napoletanità”. Napoli crocevia di culture e di influssi, è in movimento anche nella storia del suo idioma. Le profonde influenze spagnole sono vivissime in alcuni sostantivi del napoletano corrente, tra questi ad esempio la fastidiosa parola “camorra” o locuzioni come “guappo”. La lingua ci parla, dunque, e racconta la storia di quella cultura. Uno scorcio del Vesuvio, un vicolo con i panni stesi in vista e i motorini che sfrecciano veloci accanto ai passanti, sono immagini vivissime che vengono accompagnate dagli “urlatori” di strada con la loro inconfondibile retorica. Chiudiamo gli occhi e immaginiamo i colori di Napoli. Impossibile. “Vedi Napoli e muori”, si dice, in realtà Napoli esige di essere “vista” e “udita” al contempo.

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Ti “pacchero” e ti mangio!

“Dimmi come mangi e ti diró chi sei”, recita un vecchio e altrettanto veritiero detto italiano. La cucina in effetti ha una strettissima relazione con la cultura di un luogo, cultura della quale la stessa variante dialettale del posto fa parte. Questo tema é giá stato presentato nel post dove é stata studiata l´attribuzione scherzosa di “polentoni” conferita agli italiani del nord italia. Ad una piú attenta riflessione linguistico-culinaria, é rilevante qui sottolineare che gli abitanti di Salerno sono detti invece pescivendoli. Quest´ultimo attributo descrive, senza alcuna ombra di dubbio, abitanti di una terra bagnata dal mare e dunque, per ovvie ragioni, con una lunga tradizione e dedizione per il commercio e il lavoro nel settore ittico.

A Napoli, poi, esiste un particolare tipo di pasta detta “paccheri” la cui etimologia é particolarmente divertente da studiare.  Il “pacchero” non é solo un tipo di pasta grande dalla forma squadrata , bensí questo sostantivo é utilizzato in frasi come queste riprese dalla piattaforma metropolitalia:

“ti do un pacchero a mano smerza”

“stare sotto al pacchero”.

Certamente nella prima frase non si intende “offrire la pasta”, come nel secondo caso non si vuole affermare che ci si trovi letteralmente sotto la pasta… il pacchero della “mano smerza” é uno schiaffo e il rimando alla forma del pacchero (la pasta grossa) é istintivo. Infatti etimologicamente il sostantivo “pacchero” deriva dal greco antico:  “πας” (tutto) e “χειρ” (mano), ecco dunque spiegato il nome conferito al tipo di pasta partenopea. Ancora, “stare sotto al pacchero”, significa sottostare ai comandi, agli ordini di qualcuno e anche in questo caso il “pacchero” (la mano) é metafora di qualcosa di grande, che pesa dal punto di vista morale, ma sotto la quale ci si trova, come in una situazione di disagio, che pesa, appunto.

Nella lingua standard esiste, invece, un verbo che rimanda al nome “pacchero”, ossia “pacchiare” che significa masticare, assaporare e il cui rimando alla famosa pasta, sebbene non confermato scientificamente, appare piú che evidente.

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“Mica” regionale?

Come nel caso dell’elativo “un sacco”, anche la particella “mica” é  esclusivamente utilizzata nella lingua parlata e popolare.  Il significato di “mica”, come d’altronde quello della locuzione “un sacco”, riprende totalmente il significato nominale della particella. Nell’antichità “mica” era il nome dato alla “briciola di pane”, come è possibile riscontrare anche in Petronio.  La “briciola di pane” appunto la “Mica” degli antichi, figurava una piccolezza, un piccolo granello di pane, appunto una briciola, e quindi con il passare del tempo la particella “mica” è stata via via utilizzata in frasi negative con il significato di “per nulla”, “affatto”. Il cambiamento del valore semantico di “mica”, da nome a particella si può dunque affermare ora, va ricondotto alla frase “Non mangio nemmeno una briciola”, appunto la “mica”. “Mica” non è stata utilizzata solo come particella (avente valore nominale originario), bensì si è imposta in prevalenza nella sola lingua parlata e popolare. Sarebbe infatti molto improbabile riscontrare l’utilizzo di “mica” nella lingua standard, ossia neutra, in contesti formali o in forma scritta, almeno per il momento. In italiano “mica” in forma di particella, è presente in Boccaccio nella variante “miga”. Nella lingua non standard odierna, ove “mica” è ampiamente utilizzata, si distinguono diverse realizzazioni della particella a seconda delle zone e dei dialetti italiani. Così al nord “mica” diventa “miga” o “minga”, nel parmense invece si è mantenuta la forma “brisa”, da briciola appunto. È interessante notare, invece, come in un’altra lingua neolatina l´uso di questa particella sia entrato nella lingua standard, questo è il caso del francese, in cui “mie” derivante da “mica” è ancora in uso in scrittori della prima metà del novecento, dunque nella lingua standard.

Per rifarci ad alcuni esempi dell’utilizzo di “mica” nella lingua non standard, si può ricordare una famosa canzone di Niccolò Fabi, il quale realizzò una rima difficile da gestire, con il titolo della canzone “Dica” e “mica”. Dal portale metropolitalia emergono, invece, le seguenti espressioni:

“É mica venuto”

“So mica io!”

“Scusa, non ti ho mica visto”

Difficile comprendere l’appartenenza regionale delle espressioni sopra citate considerando il solo occorrere di “mica”. Si potrebbe invece risalire alle diverse forme regionali ponendo l’attenzione su altri elementi linguistici. Questa ultima riflessione libererebbe “mica” da una esclusività con forme regionali particolari, pur restando circoscritta, nell’utilizzo, a una forma linguistica non standardizzata.

Per il seguente post è stato di fondamentale aiuto un articolo pubblicato sul sito de L’accademia della crusca, il cui link è visualizzabile cliccando qui oppure ove evidenziato.

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“Un sacco” parlato!

Quella parlata romanesca, quel tipico accento del tipo italiano finto scaltro e un po’ cialtrone è il marchio che contraddistingue una tipologia di italiani molto cara a Carlo Verdone, regista e attore italiano di successo. Il punto di forza dei suoi personaggi è quel modo di esprimersi che si ritrova già nei titoli di alcuni film: “un sacco bello”, e “troppo forte” sono due esempi della funzione metalinguististica delle espressioni usate. Si perché l´utilizzo di “un sacco” pone l´ascoltatore dinanzi ad una chiara immagine del parlante interessato e dunque pur trovandoci su un piano genuinamente linguistico, queste locuzioni offrono, in maniera quasi inconscia, un chiaro quadro figurativo del livello e tipo di discussione in atto. Come scritto in uno degli ultimi post, ci soffermiamo ora sugli “elativi”, ossia locuzioni colorite con funzione intensificativa, come “un sacco”, che vengono utilizzate in contesti certamente informali e, sembra, senza alcuna chiara distinzione regionale. Innanzitutto esistono una serie di elativi che vengono utilizzati in modo differente; alcune di queste locuzioni hanno solo il valore aggettivale, altre solo avverbiale, altre ancora possono essere utilizzate sia con valore avverbiale che aggettivale. “Un sacco” è un elativo con entrambi i valori. Ecco di seguito alcuni casi:
“Le bruciate mi piacciono un sacco”.
“Da quando l’hanno assunto, si è montato un sacco”.
In questi primi due esempi ripresi dal portale metropolitalia, la locuzione ha valore avverbiale.
Mentre in questa frase ha valore aggettivale: “Conosce un sacco di gente”.
E’ importante anche rilevare che per queste locuzioni è altissima la frequenza dell’articolo indeterminativo che accompagna il sostantivo, indi va da sé che “sacco” accorre qui nel suo significato sostantivale pieno, ossia come “involucro di tela ruvida, carta o plastica, di forma allungata e aperto in alto, in cui si conservano o si trasportano materiali o oggetti” (Dizionario Sabatini Coletti). Quindi “un sacco” è sinonimo di “tanto” o “molto”, ossia di una ingente quantità che potrebbe essere inserita in un sacco. Nel caso del titolo del film di Carlo Verdone “un sacco bello”, l’utilizzo della locuzione, che fornisce già un quadro chiaro sul contesto nel quale è utilizzata, è chiaramente una espressione informale e colloquiale che certamente non è circoscritta alla sola regione laziale ma che è possibile riscontrare in diversi dialetti e forme colloquiali dell’intero stivale.

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