Archivi del mese: ottobre 2012

“Anti e Post”: ripensare chi siamo, parlando

E’ di pochi giorni fa un articolo apparso su “La Repubblica”, interessante non perché tratti la varietistica come noi la concepiamo sul portale Metropolitalia, bensì perchè spiega molto bene come l’utilizzo di alcuni termini possano inquadrare un popolo in un determinato momento storico.
Risulta comunque precipuo, per chi studia una lingua e le sue flessioni dialettali, interpretare il cambiamento che investe l’idioma madre, in questo caso l’italiano, perché mediante le parole che usiamo noi ci definiamo come popolo.
Così secondo l’articolo scritto da Ilvo Diamanti, i termini in grado di spiegare la cultura e l’identità del popolo italiano sono “Anti” e “Post”. Entrambi prefissi che vanno a legarsi ad altre parole, caratterizzando il tempo; così “Post” (dal latino “post”) come prefisso temporale indica un tempo “passato”, “postumo” e, secondo Diamanti, definisce la situazione culturale italia “post”: “post-Democrazia”, “post-Secolare” di un clima culturale “post-Ideologico”, in una terra abitata da “post-Italiani”. Quel che più colpisce della definizione “post” è lo “slittamento semantico e lessicale” del termine, come si esprime Diamanti, il quale non indica un mero passaggio temporale passato, bensì assume qui una accezione terminologica diversa, significa certo “non più”, ma anche “non ancora”. Qui è accentuato il valore semantico negativo, dunque non più neutrale, che registra un momento temporale ben preciso: alla confusione e mancanza di modelli culturali futuri, la lingua sembra si sia adattata e quel “post”, che non è più un mero atteggiamento passato, bensì presente e imbevuto di tutta la carica di insicurezza ed indigenza nella quale i “post-Italiani” versano.
Il prefisso “anti” spiega molto bene i passaggi ideologici contro i quali si è ideologicamente combattuto, determinando di volta in volta fette storiche pregne di un diverso stato ideologico: così la Prima Repubblica è caratterizzata come momento ideologico dell’ “Anti-comunismo”, gli italiani si distinguono come i “Anti-politici” e “Anti-borghesi”. La seconda Repubblica, invece, trova i suoi “Anti” rafforzati soprattutto nella contrarietà verso i partiti, o più in generale verso “Roma ladrona”, una campagna “Anti” portata avanti in prima linea dal partito padano. Si scopre che l’“Anti-comunismo” non è mai tramontato grazie alla dicotomia formatasi in seguito alla propaganda politica, un po’ rétro, dell’ideologia berlusconiana. Ora gli italiani possono dirsi un vero popolo “Anti”, ma nell’accezione più pericolosa e fa quasi paura notare come questo prefisso formi di giorno in giorno una guerra ideologica contro tutto e contro tutti, inviluppata in un meccanismo di cui la lingua si fa testimone. La formazione di termini con suddetti prefissi sottolinea il non cambiamento, la stagnazione ideologica, nella quale, non trovando possibili esempi futuri ai quali rifarsi, la cultura italiana resta impigliata,  esprimendosi mediante un linguaggio altrettanto arretrato e negativo.

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Se ti “monti” non ti “butti a terra”

Esaminiamo oggi un verbo che è utilizzato nella lingua italiana ufficiale con più significati e che, nella variante figurata della lingua parlata, assume un senso preciso e univoco.
“Da quando l’hanno assunto si è montato un sacco” è la frase che è stata inserita nel portale di Metropolitalia. Tralasciando il termine “sacco” sul quale ritorneremo, il verbo “montare” a primo acchito fa venire in mente il “montare” la panna da cucina, ad esempio, e richiama altresì il montaggio di un film, un documentario o simili. Nella frase presa in esame il termine, usato nella sua variazione informale, è un sinonimo di “esaltarsi” nella sua accezione figurata. Infatti “esaltarsi” significa proprio “innalzare”, “sollevare in alto” riprendendo così quel movimento figurato del verbo “montare” che indica il moto del “salire”, dell’ “innalzarsi”. Anche nel caso della panna da cucina che inizialmente è nello stato acquoso, nel “montarla” essa si “ingrossa” verso l’alto, appunto sale.
Nella frase sopra menzionata il verbo “montare” indica dunque l’ascesa, un movimento verso l’alto della persona che, a seguito dell’assunzione, “non ha più i piedi per terra”, o anche la cui testa è salita in “alto” perdendo il contatto con il “basso”, ossia “si è montata la testa”.
“Montare” trova dunque i suoi sinonimi in verbi quali: “insuperbirsi”, “inorgoglirsi”, “vantarsi”. Ci troviamo su un piano semantico che tocca la sfera della concezione del sé e del modo in cui si è recepiti dagli altri così chi si “crede chissà chi” si “monta la testa” figurando un distacco con il terreno, mentre di chi ha poca fiducia nelle proprie capacità si dice che si “butta a terra”. Queste sono espressioni che, pur avendo un posto nel dizionario della lingua italiana, il loro utilizzo nella lingua parlata, le  avvicina molto alle varianti dialettali.

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“Terrun” che vai, “polentone” che trovi

Abbiamo ripreso nell’ultimo post le caricature che gli abitanti del nord e del sud si affibbiano a vicenda utilizzando la variatistica regionale. Ora, perché l’abitante del sud è chiamato “terrun” dagli abitanti del nord e perché questi ultimi sono tacciati di essere dei “polentoni”? Queste due denominazioni in realtà hanno una storia molto antica e non nascono, almeno per quanto concerne “terrun”, come spregiativi.
Il termine “terrone” deriva da “teróne” ossia terra, che in passato indicava il meridione come terra di lavoro. Si potrebbe pensare come terra di lavoro nelle “terre”, in quanto il settore primario è stato, nell’antichità ma ancora oggi, uno delle maggiori fonti di sussistenza del sud. “Terrone” è anche una parola di derivazione spagnola che significa “bifolco”. Non bisogna infatti dimenticare che gli spagnoli invasero l’intero meridione dal XIII al XV sec. e che questi poi si spinsero fino al settentrione lasciando loro delle influenze linguistiche.
Durante il XVII sec. il “terrone” era il latifondista, quindi il proprietario di un terreno e non il diretto bracciante agricolo. Con il tempo, e il decadere del sistema feudale, l’attributo “terrone” non è scomparso come i latifondisti, bensì è stato utilizzato dagli abitanti del nord come definizione scherzosa ma anche spregiativa per i meridionali. Passiamo al “polentone” attributo che rimanda subito alla polenta tanto amato al nord e del tutto snobbata al sud, ove l’alimentazione è varia come i dialetti. Il “polentone” è non solo un gran mangiatore di questo cibo ma si riferisce anche a una persona lenta nei movimenti, pigra (Treccani). Se si riflette sul fenomeno della cultura culinaria per indicare un popolo, non si può dimenticare che gli italiani sono denominati dai tedeschi “Spaghettifresser”. La cultura culinaria viene assurta, in alcune lingue, a indicatore di un determinato popolo, definito attraverso il cibo più consumato, sebbene si tratti, molto spesso, di semplici cliché.

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Benvenuti in … Italia!

Le variazioni linguistiche in Italia colpiscono sicuramente l’intero stivale che si trasforma così in un coacervo di sottili cambiamenti linguistici che non è possibile tracciare con una demarcazione territoriale netta. La penisola può essere però suddivisa in due principali aree, quella del nord e quella del sud, due zone in cui incidono non solo un differente modus vivendi, ma caratterizzate altresì da due blocchi linguistici distinti. Nel film “Benvenuti al Sud” e il seguito “Benvenuti al Nord”, offre molti spunti di riflessione sulle varietà linguistiche italiane. Seduti al tavolo del ristorante i protagonisti “magnano” e “spuzzulean”, ossia mangiano e spizzicano, mentre il milanese viene introdotto nelle regole generali del dialetto del sud: così, in linea di massima, per parlare “il sud” basta togliere le finali delle parole: “ la forchetta” diventa “a’ furchett”, “il bicchiere” diventa “ u’ bicchier”. “Uee” e “jamm ja” sono invece intercalari molto in uso da pronunciare in tonalità ascendente. Il “terún” è per l’abitante del nord il “terrone” ossia un dispregiativo per indicare chi abita nelle “terre” del sud ; ed è proprio dal sostantivo “terra”, di cui il sud è caratterizzato, il termine dal quale “terrone” trae origine. Il “terún” arrivato a Milano nel film “Benvenuti al Nord” imparerà che la “clèr” è la saracinesca e che “il libro è sul tavolo” in milanese si dice “el liber l’è sul tau”. Insomma i due grandi schieramenti linguistici la dicono lunga sullo scontro, stavolta linguistico, con il quale le due culture si “combattono” a suon di dialetti.

Al prossimo post un ulteriore approfondimento a riguardo…

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Quegli strani “neonati” italiani

“Scandaloso” è la parola incipit del post di oggi. Ma non è certo questa la nuova voce della lingua italiana, certamente no, bensì è l’aggettivo che ben descrive un trend molto particolare della lingua italiana che comprende la vasta gamma di neologismi che stanno nascendo, per lo più, da casi limite del buon costume italiano, appunto dagli scandali made in Italy.
Accedendo al dizionario online “Treccani” infatti, si nota uno spazio riservato alle sole parole neonate che non avevano un posto nel dizionario ma che, alla fine, sono prepotentemente apparse sul dizionario, ricevendo, altresì, un “posto in prima fila”, come recita il motto del canone Rai. Così il noto dizionario ha introdotto uno spazio ad hoc per i nuovi neologismi che dicono molto anche sullo stato della cultura italiana. Eccone alcuni: Batmangate, castigiano, polverini ano, Cyberintelligence, flexitariano,. Non ci sono dubbi sulla natura dei “neonati”, ma riflettiamo sui primi tre, i quali hanno un significato prettamente politico.

Batmangate (politico): per metà “Batman” e per l’altra “Gate” è un neologismo che non richiama, in ambo i casi, la cultura di lingua occidentale. Entrato nella top 5 dei neologismi della Treccani dal 1/10/12 al 5/10/12, è stato ripreso da un discorso di un politico dal quotidiano “La Repubblica” del 26 Settembre.

Castigiano (politico): anche questa parola è citata ne “Il Venerdi di Repubblica”. Il contesto, come sopra, è quello degli scandali politici, ove il termine si inserisce in un acceso J’accuse a tutti i castigiani di una Italia che non può perdonare loro più nulla.

Polveriniano (politico): dal cognome del politico, donna, Renata Polverini. Sono detti polveriniani i tredici consiglieri della sua lista, al centro di uno scandalo per una questione di fondi. Anche in questo caso è un quotidiano a coniare il neologismo. Il Corriere della Sera del 26 Settembre.

Ci troviamo dinanzi a nuove espressioni le quali, se non rientrano pienamente nelle variazioni linguistiche di stampo regionale, dicono comunque molto su una lingua che si trasforma non solo nelle arterie, bensì colpiscono al cuore della lingua italiana.

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Viaggio in Italia

“Conosci tu la terra dove fioriscono i limoni?” recita il Goethe nella poesia Viaggio in Italia.
“Conosci tu il paese con un gran numero di variazioni linguistiche?”, chiede Metropolitalia e in entrambi gli incipit si parla di Italia.
Inizia da qui il nostro viaggio all’interno dell’Italia delle varietà linguistiche regionali, un percorso fatto di espressioni dialettali in uso, con un confronto attivo e riflessioni che possono essere sviluppate accogliendo i consigli e i punti di vista di ognuno. Si, perché nella ricerca attiva sulle diverse “flessioni” dell’italiano parlato, rientrano tutti, o meglio, sono i parlanti stessi ossia noi tutti a essere gli attori principali della ricerca sulla lingua in uso in Italia.

Metropolitalia è un progetto che si fonda sullo studio della varietistica, ossia della varietà linguistica, e si arricchisce ogni giorno di parole, definizioni ed espressioni delle parlate regionali e degli innumerevoli dialetti del Bel Paese. Attraverso il progetto si scopre anche l’impatto che la cultura quotidiana, trasmessa ad esempio dai media, ha sulla lingua in uso, che si trova così implementata di parole “nuove” i cosiddetti neologismi, o anche di espressioni simboliche che richiamano la cultura di una precisa zona regionale e la sua storia.
A tutti un buon viaggio nella varietistica italiana!

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