Io speriamo che me la cavo

Case “sgarrupate”, padri “cartunai”, “piecori”, “garibardini” ed errori grammaticali in ogni frase. Il libro Io speriamo che me la cavo sessanta temi di bambini napoletani, appena pubblicato diviene un best seller in tutta Italia, non solo a Napoli. Scritto dal maestro elementare Marcello D’Orta, i temi raccolti sono un vortice che inghiottiscono il lettore in un mondo parallelo della lingua, un universo dove i giochi e le realtá dei bambini di Napoli sono descritti con la lingua del parlato, quella usata dai loro genitori dignitosi o anche dal gruppetto di scugnizzi con i quali si gioca in estate o dopo la scuola. L’italiano è solo la copertura, il fine linguistico al quale tendere, i risultati… iiriverenti. Il tema sulla Svizzera, ad esempio, é ricco di frasi storpiate in italiano:

La Svizzera vende le armi a tutto il mondo per farli scannare…

La Svizzera se a Napoli tieni il tumore, a Napoli muori, ma se vai a Svizzera muori più tardi, oppure vivi.

Altro tema ricco di frasi sgrammaticate e linguisticamente interessanti, è quello sulla casa. “Sgarrupato” è l’aggettivo usato per definire non solo l’abitazione, bensì indica anche lo stato del bambino che scrive: “…a volte mi sento sgarrupato anche io”. Pare che il termine “sgarrupato” debba il suo successo proprio al libro del maestro D’Orta.

Questa é la lingua parlata nei rioni, nelle case, nelle vie di Napoli, quel gergo ricco di metafore e di una grammatica tutta sua,  si ritrova a sconfinare il territorio popolare fino ad approdare nel regno della koinè ripulita da ogni contaminazione dialettale, ossia la scuola. Eppure la lingua che si parla a scuola non è quella che si usa a casa e viceversa.

Ogni bambino lo sapeva, ogni bambino sbagliava o cercava di controllare la gestazione tra i due livelli linguistici, una piattaforma dalla quale scendere e risalire, come se fosse un gioco, un’altalena, proprio come se fosse un gioco. Riguardo al futuro possibile solo per i perfetti parlanti della lingua standard, non resta che sospirare…beh, io speriamo che me la cavo!

Pubblicato in MetropolItalia | Lascia un commento

Zeman in Limba

Da poco è iniziata una campagna pubblicitaria con l’intento di incrementare il numero degli abbonati dei tifosi del Cagliari. La faccia di Zeman, noto allenatore della squadra sarda, campeggia sui cartelloni pubblicitari. Elemento di attrazione della trovata pubblicitaria per l’abbonamento calcistico è il testo che accompagna l’immagine.

Le perle di saggezza consistono di brevi detti di cultura popolare che scritti in Limba non possono che essere compresi grazie alla traduzione in lingua italiana posta alla fine di ogni espressione.

Chistionai pagu, traballai meda!

Parlare poco lavorare tanto! “Chistionai” nel senso di parlare, ricorda il verbo italiano “questionare“, poco usato a dire il vero, ma comprensibile ai più. Questionare significa “porre in questione” ossia “discutere, iniziare un dibattito su un argomento”.

“Traballare” è un verbo noto ai parlanti delle lingue romanze che facilmente riconoscono nel verbo il legame con il francese “travailler”, il portoghese “trabalhar” e lo spagnolo “trabajar”, e dunque il significato “lavorare” risulta di facile deduzione.

Quella di Zeman é solo una trovata pubblicitaria, eppure la Limba è una lingua che va presa sul serio: dal 2006 è entrata di diritto tra le lingue ufficiali con le quali redarre documenti in Sardegna. Ciò conferisce alla Limba una ufficialità come lingua scritta al pari della lingua standard.

Pubblicato in MetropolItalia | Lascia un commento

Triste e dialetto

In napoletano l’appucundria rientra in quel crogiolo di termini il cui significato non può essere semplicemente racchiuso in una definizione assoluta, bensì è caratterizzato da un ventaglio di soluzioni e finezze di significato che ne compongono la sua apertura di senso.

Non a caso nel bell’articolo di Francesca Cacciapuoti il termine é accostato ad altre parole straniere aventi la stessa poliedrica qualità, come la parola portoghese saudade  e la Sehnsucht della lingua tedesca.

Pier Paolo Pasolini potrebbe essere qui citato non solo per la poesia  Vuei a è Domènia, ma anche perché poeta che sente forte in sé questo sentimento, che è facile scorgere nella gran parte dei suoi scritti:

I vuardi il me cuàrp
di quan’ch’i eri frut,
li tristis Domèniis,
il vivi pierdút.

Il poeta ricorda nella poesia il suo corpo di  fanciullo (guardo il mio corpo di quando ero fanciullo) le domeniche erano Tristis, ossia tristi domeniche del vivere perduto. Il dialetto friulano trova nel poeta di Casarsa un degno esempio di quel sentimento a metá tra la saudade e la Sehnsucht.

Altro esempio del particolare utilizzo semantico del termine “triste”, accorre nel dialetto calabrese, ove questo termine può essere tradotto come “duro”:

U mangiari e u mbiviri ti sana, u tristi fatigari ti cunsuma

Mangiare e bere ti fa star bene, il duro lavoro ti consuma.

Triste deriva dal latino tristis e denota: “uno stato psichico di afflizione e depressione” (Treccani).

Altro esempio del termine in dialetto torrigiano é il seguente:

Triste chigl’ome ca appicca iu cappegliu alla casa dilla socera

Triste quell’uomo che appende il cappello alla porta della suocera. “Triste” è un aggettivo che qui indica lo stato di forte ridimensionamento della fierezza e dello stato dell’uomo.

 

 

 

Pubblicato in MetropolItalia | Lascia un commento

“Tras” ma non sporgerti troppo…

Mia nonna diceva: we ne’ scopa a casa ca nun zai chi tras’, fa’ u liettu ca nun zai chi asc’pietti

così scrive sul gruppo aperto di Facebook un utente “Dialetto scomparso“, trascrivendo perle di una saggezza popolare che in sé ha il dono di conservare il dialetto degli avi e anche un consiglio di pratica utilità. Le tacite leggi del costume popolare, soprattutto nelle zone del sud Italia, parlano chiaro: mantenere la casa in ordine perché  può entrare chiunque e in qualunque momento. Vi sono, appunto, due momenti, agli antipodi, più importanti ed incisivi nelle famiglie italiane, il primo è il matrimonio e il secondo, ahimé meno allegro, il funerale. In ambo i casi la tradizione popolare prevede un afflusso di gente, improvviso nel caso di lutto, programmato nel caso di matrimonio.

Comunque sia “‘a scopa” é il deus ex machina per eccellenza. Guai a farsi trovare in condizioni igieniche impeccabili, pena una vox populi che precederà il nome della famiglia del malcapitato prima di ogni gloria. 

“Chi tras'” ossia “chi entra” è la forma coniugata del verbo “trasire” dal latino “transīre“, che significa entrare, passare dentro. Non é un caso che in napoletano si dica ” Trasire int’i fatte d’uno” per intendere l’impicciarsi degli affari altrui, per indicare l’intrusione, l’atto di entrare – appunto “trasire” – dentro uno spazio altrui. “Trasire” ha quindi non solo il senso puro dell’atto di entrare fisicamente in un altro spazio, ma culturalmente implica anche il momento di intrusione di una sfera privata, casalinga, in cui solo eccezionalmente ci si può affacciare.

Pubblicato in MetropolItalia | Lascia un commento

Sanremo il “dialetto si deve sentire”

È la kermesse più attesa nelle ultime giornate invernali che precedono il carnevale. Ogni edizione del festival canoro di Sanremo è la finestra musicale che darà il suono alle giornate primaverili ed estive che verranno.
Quest´anno l´edizione del festival di Sanremo si è distinta per alcuni brani rilevanti non solo dal punto di vista musicale, bensì anche per la lingua nella quale sono stati interpretati. Parliamo del testo che ha vinto nella sezione nuove proposte interpretato da Rocco Hunt, giovanissimo rapper made in Sud, il cui titolo non lascia spazio a dubbi di provenienza. Con Nu Juorno Buono Rocco (testo) ha conquistato la giuria sanremese e i cuori degli italiani da nord a sud, compresa qualche inutile frecciatina legata alle sue origini da “terrone“.

Il testo è un canto di orgoglio e di rivincita del popolo di una terra dimenticata e troppo spesso colpita nella sua bellezza e con lei tutta la sua gente. “Il dialetto si deve sentire” canta Rocco e con questa semplice esclamazione marca la caratteristica di un Sanremo in cui anche la canzone di Cristiano De André, figlio d´arte del grande Fabrizio De André, regala spunti in dialetto genovese ripercorrendo il dialetto caro al padre e cantato nella Creuza De Ma.

Nella sua splendida Invisibili, Cristiano non abbandona il dialetto genovese e gli dedica scorci del testo vincitore del premio della critica di questo Sanremo 2014.

“Ch’u s’è pigiòu a beléssa e u nòstru cantu
Pe ripurtane inderée sénsa ciü un sensu
Ma òua che se vedemmu
Dumàn tüttu u cangiàa”.

Pubblicato in MetropolItalia | Lascia un commento

Il gioco serio della musica

toys

…A Toys Orchestra: nati nella cultura del sud, quella del Cilento, cresciuti a suon di italiano a scuola ma parlanti del dialetto del posto sulla strada, cantano però in inglese, perfettamente. La differenza tra i cantautori italiani e i …A Toys Orchestra sta nella tripartizione linguistica che li caratterizza. Enzo Moretto, uno dei frontman del gruppo di Agropoli, ha una forte cadenza dialettale eppure, come parlante modello della lingua standard, usa la lingua inglese in modo del tutto particolare. Non è un fatto straordinario, eppure neanche così scontato. La realtà italiana è infatti così protetta dai suoi innumerevoli dialetti che l´utilizzo della lingua inglese è uno scoglio contro il quale gli italiani si scontrano già nei primi anni di scuola. Il caso del gruppo …A Toys Orchestra è eccezionale per l´utilizzo della lingua straniera nella musica da parte di parlanti della lingua standard influenzati dalla forza dialettale, che sempre influisce sulla mente e sulla lingua dei musicisti dei Toys.
L´inglese, spiega Enzo Moretto, è la lingua che ha imparato “scimmiottando” cover di artisti americani dai quali è stato affascinato, come i Nirvana. La pronuncia, invece, è stato il passaggio forzato e naturale che lo ha portato dalla dimensione ludica, a quella più seria e professionale della lingua inglese per potersi imporre su un pubblico più vasto. È interessante notare come Moretto sottolinei la provenienza regionale come prerogativa limitante, laddove il lavoro vuole avere una mole internazionale o comunque globalmente riconosciuto. “Essere del sud” significa partire con uno slancio in meno se si vuole sfondare oltralpe, e in qualche modo nel nostro inconscio “essere del sud” determina la posizione di parlanti di una lingua standard ma anche del dialetto, valore aggiunto ma anche discriminante in relazione a un contesto più ampio. Fatta eccezione per le melodie cantate in lingua vernacolare, cantare in inglese per gente del sud è il passo verso il riconoscimento di una cultura che può essere anche superamento di cliché linguistici. Enzo Moretto offre una bellissima definizione del gruppo di parlanti del sud, li definisce “italo europei” e non si sente a disagio a cantare in inglese perché è per lui un diritto. Volere cantare, dunque, in lingua inglese è un diritto perché questa lingua è la lingua di tutti e per questo è anche la lingua di quel sud radicato nel suo dialetto. La credibilità della lingua dei Toys, l´inglese, passa anche attraverso la correzione dei testi da parte di madrelingua, ai quali Enzo si rivolge.
Il metodo di scrittura dei testi è anche molto caratteristico: i testi nascono subito in lingua inglese, senza alcuna trasposizione di concetti e pensieri dalla lingua madre alla lingua acquisita. La scelta dell´inglese, come spiega Enzo, è naturale perché è più semplice utilizzare i termini di questa lingua, anche per il suono che essi rievocano. Il suono delle parole in inglese procedono alla stesura libera del testo, cosa che potrebbe scadere facilmente in banalità se fatto utilizzando la lingua italiana.

You can´t stop me now è un testo emblematico: dal ritmo delle parole, spiega Enzo, è nato il concetto della canzone. Questa soluzione di ritmo e semplicità delle parole offerta dall´inglese è però a ben vedere anche una qualità del dialetto. «Il dialetto riesce ad avere lo stesso flusso che ha l´inglese, troncando ed incollando parole e frasi» spiega Enzo, ammettendo che il dialetto ha lo stesso effetto onomatopeico dell´inglese.

Altro caso emblematico è quello della canzone Asteroid, ove la ripetizione della frase “I am waiting for an Astoroid” in italiano susciterebbe un risultato disastroso, “sto aspettando un asteroide”… mediante questo esempio Moretto sottolinea la semplicità valorizzante della lingua inglese, laddove la stessa frase tradotta in italiano, si tramuterebbe in semplicità banalizzante.
Resta però l´origine della terra che si “parla”, così se Enzo canta in inglese, d´altra canto si arrabbia in dialetto!

E poi di nuovo il dialetto lingua dell´ispirazione originaria per Enzo: aveva appena dieci anni quando ha potuto assistere a un´opera teatrale in lingua napoletana. La gatta cenerentola, spiega Enzo, ha influito prima dei Nirvana e dei Pixies, ne sottolinea la straordinaria attualità della soluzione dei suoni prodotti dalle voci e dal tamburo (tammorra). Oggi si descriverebbe quel suono come mix di elettronica e industrial, ed è proprio quel suono della tradizione napoletana a fare da base immaginaria alle strutture di note e parole internazionali. Dal particolare al generale, così sta la storia della lingua e della cultura dialettale in profondo connubio con la storia, nuova, internazionale.

Pubblicato in MetropolItalia | Lascia un commento

La gestualità dell´attore vista da Gassman

Qualche tempo fa  proprio sul blog metropolitalia è comparso un articolo sulla gestualità dell´italiano che vale e si realizza come vera e propria lingua a sé stante. Il linguaggio del corpo vale in Italia quanto le diverse e innumerevoli declinazioni della lingua standard. Parlare, dunque, di lingue vernacolari ha senso tanto quanto parlare della lingua del corpo.

Il corpo che parla è centro propulsore di azioni parlate soprattutto nel campo dell´arte. Il teatro è emblematico perché sul palco nella performance dal vivo dell´attore, la gestualità conserva un ruolo precipuo. Rilascia emozioni, cattura l´attenzione e accompagna le parole enfatizzandone il contenuto e conferendo loro una gestualità parlante. Su Repubblica è possibile ammirare un lascito dal valore artistico importante sulla lingua del corpo nell’arte, ove a  essere attore di eccezione della lingua del corpo è il grande Vittorio Gassman.

Pubblicato in MetropolItalia | Lascia un commento

L´Italia à la Kafka: cliché di ieri, tradizione di oggi

100_4451

Quando nel 1909 Franz Kafka si reca con i fratelli Max e Otto Brod a Brescia per la settimana aviatoria, le impressioni dello scrittore praghese pullulano di aggettivi osceni ed estremamente vividi, che solo lo squarcio d´Italia poteva attrarre a descrizione delle sua immagine. La scrittura di questi appunti di viaggio non appare per nulla scarna ma è colma di una vivacità tale che sembra vedere animarsi in un film in bianco e nero i racconti di Kafka. Le prime impressioni annotate dallo scrittore di lingua tedesca, sottolineano l´intima potenza di quel sentimento negativo eppure eccitante che solo l´Italia può destare: “paura” della folla italiana, “paura” delle ferrovie malconce. Kafka ben comprende l´ “ostilità” accompagnarli nel viaggio italiano- la gestualità dell´albergatore è la stessa che Kafka rivede in Gabriele d´Annunzio. Nel treno pieno, nel quale lo scrittore praghese si trova a viaggiare, risuonano risate che vengono da lontano: questa scena di più di due secoli fa nulla toglie alle immagini di vita quotidiane all´interno dei moderni treni odierni, frastuono, risate, voci che non si contengono sottolineano una animosità che è tipica del popolo italiano e che nei treni non riesce a contenersi nei chiusi vagoni. L´estro di un cocchiere di Brescia che chiede tre lire per una corsa durata meno di un minuto, non spaventa i tre viaggiatori praghesi, che lamentano il prezzo pattuito finendo con dare una lira al povero cocchiere italiano, che va via malinconico. Questo episodio rammenta un´altra caratteristica del popolo italiano, ossia quella di mercanteggiare al rialzo, cercando di ottenere dalla propria offerta, il maggiore guadagno possibile. Già nei primi del novecento questa usanza sembra essere cosa usuale e risaputa, tanto che i tre amici riescono a scendere di prezzo in loro favore. In questo episodio Kafka annota: “[…] così non si deve fare in Italia, può darsi che sia bene altrove ma non qui. Ma nella fretta chi sta a pensarci? Non c´è niente da fare: in una breve settimana non si può certo diventare italiani”. Il rumore, il sudiciume che avvicina alla vita reale, i movimenti musicali del corpo di un albergatore e di un d´Annunzio, la polvere che si alza e si confonde con il sole, la folla, il disordine, tutto sembra un ricordo passato ma vivido e saldo, un concerto di suoni e gesti che appartengono all´Italia di oggi sempre e piú di ieri.

Gli aeroplani a Brescia [settembre 1909], Die Aeroplane in Brescia, formano una raccolta di diari di viaggio e diari di Franz Kafka, pubblicata nel mese di Ottobre 2013 da Mondadori nella collezione Meridiani. Questa raccolta contiene note e scritti personali in forma di diario dello scrittore Franz Kafka, di cui molte traduzioni sono di Ervino Pocar.

Pubblicato in MetropolItalia | Lascia un commento

“Fescion” e “blog”: il dialetto 2.0

Da qualche anno si assiste ad un fenomeno sociale molto in voga tra i “social addicted” ossia al fenomeno fashion blog. Nati con l´intento di dare sfogo alla passione per la moda e al piacere di presentarsi al mondo del web in foto molto “in”, i blog parlano ai lettori nell´era 2.0 ma vanno anche oltre: sono un vero e proprio fenomeno sociale e, aggiungerei, linguistico. In particolare assistiamo a una manipolazione della lingua standard ricca di anglicismi e al piegamento forzato di questa alla lingua vernacolare. Soprattutto nel mondo dei fashion blog, non mancano storpiature volute del termine il quale, per descrivere il fenomeno nell´aerea campana, si é trasformato in “fescion blog“. La storpiatura nasce dall´esigenza di marchiare un trend preciso ossia quello dei molti scrittori di blog, tutti provenienti dalla ragione Campania, che non esula un pizzico di ironia. Così alla storpiatura di fashion si aggiunge una componente tutta campana a livello linguistico che marca un fenomeno che distingue proprio quella parte di Italia. Nell´era del 2.0 a delineare distinti aspetti linguistici non sono solo le parole straniere ma anche le deformazioni di quest’ultime secondo i canoni della lingua vernacolare. Questo aspetto linguistico mostra ancora una volta, quanto i dialetti siano pregni di vitalità e di quanto certi aspetti sociali ed antropologici passino anche attraverso le venature della lingua parlata e ne testimonino la loro salda attività tra i parlanti che ne fanno uso. Va notato, d´altronde, come la lingua vernacolare viene usata nei contesti ad uso della lingua scritta, ossia con intenti ironici e per conferire tratti goliardici a testi ed argomenti altrimenti troppo seriosi.

Pubblicato in MetropolItalia | Lascia un commento

Vacanze “italiane”

La lingua vernacolare esplode in tutta la sua particolarità nei costumi tipici della cultura, ad esempio la vacanza offre molti spunti per scoprire elementi dialettali tipici della lingua non standard. Come parla l´italiano del nord quando parte per le vacanze?

Che la crisi lo abbia colpito o no, l´italiano al nord di Roma parte e si esprime in maniera libera e incontrollata. Come a dire che anche la lingua standard va in vacanza.

L´italiano del nord in vacanza non parla l´inglese e usa molte espressioni colorite. La guida inglese viene definita “cornamusa” e il “gate” viene pronunciato all’italiana.

In Spagna, invece, l´italiano della gag di Zelig aggiunge una “s” alla fine di ogni parola mimando uno spagnolo maccheronico e incomprensibile.

In generale gli italiani in vacanza cercano di far coincidere le esigenze di lavoro con le tanto famigerate ferie da godere magari su una spiaggia. In questa intervista notiamo come l´uso dell´italiano standard cambia in base all’intervistato. Pur parlando tutti italiano si nota una differenza di risposta e di cadenza tra i diversi intervistati. Il ragazzo che afferma di essere libero da impegni di lavoro “perché non faccio niente” è chiaramente un parlante dialettale che in vista dell´intervista risponde in italiano ma non può nascondere il suo spiccato accento romanesco.

 

Pubblicato in MetropolItalia | Lascia un commento